Un giorno questo calcio sarà tuo, Fulvio Paglialunga

Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per strada, lì ricomincia la storia del calcio. Jorge Luis Borges

Raccontare di calcio non è mai compito facile. È l’addentrarsi in un gioco, in uno sport, e cercare di far emergere il suo rapporto con la natura umana e con il senso e la ricerca di senso che è compito delicato. Facile smarrirsi nel banale, il già detto, o inerpicarsi in escursioni e costruzioni letterarie senza ritorno. Raccontare di un gioco, come detto, non è semplice. È molto più complicato avventurarsi su un campo da gioco senza scarpini e maglietta, ma con in mano un foglio ed una matita. Ecco, Fulvio Paglialunga, giovane scrittore tarantino, ha vinto la sua partita portandosi appresso, nella sacca, matita e foglio. Il suo libro Un giorno questo calcio sarà tuo è in primo luogo una storia di sentimenti, un’educazione sentimentale, di quel rapporto unico e speciale tra padre e figlio. Poi certo, c’è il calcio, ma viene dopo, si trova un passo indietro. Una storia di storie raccontata così bene, delicatamente, in cui l’elemento pallone e gioco passa quasi in secondo piano. È lo sfondo, lo strumento, che alcuni padri e figli, noti e meno noti al grande pubblico, hanno utilizzato e utilizzano per conoscersi e per dare sostanza al loro rapporto. Per caratterizzarlo ed imprimere quell’unicità mai riproducibile che unisce un padre ad un figlio. Per sempre. E allora ecco che il gioco del calcio diventa attore protagonista, adesso sì, nel creare una specifica identità tra padre e figlio. Diventa segno, cifra, che caratterizza in profondità la storia di questi due uomini. Perché saranno per sempre padre e figlio, a dispetto del tempo che scorre e scorre impunemente. Il gioco irrora e rinvigorisce questo rapporto, contribuendo a renderlo speciale, un po’ più ricco ed intimo di quella intimità che si trova, per noi giocatori perditempo quarantenni, nei piccoli gesti del prepararsi per andare insieme allo stadio. Ricco di quei colori e suoni ed emozioni, elementi chimici e precipitati ultimi del ribollire passionale di un stadio di calcio.

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Tra loro, Richard Ford  

[…] entrare nel passato è un’operazione incerta, dal momento che il passato cerca sempre, riuscendovi però solo a metà, di fare di noi quello che siamo.

Un libro che è soprattutto un atto di amore. E di questi tempi grami, permeati da cinismo e disincanto, paure e nevrosi, scrivere per rendere conto di un’amore e testimoniare in prima persona di quell’amore, essendo in parte protagonista della storia narrata, ecco, non è cosa da poco. Anzi. Il premio Pulitzer Richard Ford grazie a Tra loro è riuscito nell’intento di rendere conto di un amore, quelli per cui si prova ammirazione e, perché no, invidia. I protagonisti sono due, tre con l’autore, suo padre e sua madre. Raccontanti all’inizio della loro storia, ognuno di noi nel bene e nel male è anche una storia, negli anni della Grande Depressione. Raccontati mentre erano intenti a costruire la loro vita coniugale e professionale. Un amore, come detto. E un figlio. Un figlio che cambierà la loro vita, la loro quotidianità, senza per questo intaccare quel sentimento profondo. Un figlio che renderà conto di quell’amore scrivendo e che, nello scrivere, si troverà a fare i conti con il tempo che scorre, dilatando e deformando sensazioni e immagini – in questo spietato – e che leviga e modella i ricordi come l’acqua del mare e il vento fanno con le rocce e gli scogli.

Il libro ha una sorta di frase guida, una lanterna che aiuta a muoversi fra le righe e le pagine, dal mio punto di vista. Un figlio che, uomo adulto e affermato scrittore, scivola a ritroso nel tempo compiendo un atto di amore e di testimonianza, in questo libro più che mai sinonimi. Aggiungo, la parte del libro più delicata e densa di sfumature è quella in cui Ford racconta del rapporto con la madre. Anche, ma non solo, per il banale motivo che il padre morì quando l’autore era molto giovane e pertanto il racconto, di papà Ford, è più spigliato, veloce, immediato, meno scivoloso. Per contro, il rapporto con la madre, l’amore e gli inevitabili conflitti e incomprensioni, è un susseguirsi di delicati affreschi di un giovane che si fa uomo e che, in questo divenire, vede e sente la madre diventare una pari, adulta scrutata, descritta, da adulto. La malattia incurabile della madre, poi, il parlarne tra di loro, è la testimonianza e la luce che illumina un libro che merita e deve essere letto.

Ma era qualcosa di più della sua morte ciò che mi stava preannunciando. La vita – la sua in particolare, ma anche la nostra – stava ormai entrando in un nuovo genere di eventi. Queste cose potevano essere comprese, ecco quello che intendeva dire ma non disse con precisione. Opporvisi era senza speranza e forse perverso. Tutto questo stava diventando una delle cose che succedono. Un’inevitabilità. Meglio vederla così.

Succede ad Aleppo, Domenico Quirico

Raccontare di una città che lentamente muore. Raccontare della sua agonia come l’agonia di un amico caro, di ossa carne nervi consumati nella morte che avanza. Inesorabile. Di occhi che si fanno freddi e vuoti e fissi. Che interrogano e ci interrogano. Per sempre. Ecco, Succede ad Aleppo di Domenico Quirico è un atto d’amore per una città agonizzante. Un atto d’amore che si fa libro, saggio e romanzo e poema allo stesso tempo. Quirico, giornalista e inviato di guerra, racconta la città e il conflitto che ha vissuto e osservato e respirato. E lo racconta come in un sapiente gioco di specchi, in cui riflette le immagini di una città assediata e morente a quelle dei suoi abitanti. E allora le case sventrate, le moschee collassate al suolo, i quartieri trasformati in mucchi di cemento e polvere sono il contraltare di uomini e donne e bambini strappati alla vita, di giovani rivoluzionari belli e irraggiungibili come solo tocca in sorte a tutti i giovani eroi e poi i combattenti jihadisti, sulfurei e intabarrati nelle tuniche colore della morte. E l’oscenità dello sfregio che nulla risparmia. L’innocenza tradita, i sogni infranti di una città e di chi la vive e la anima quotidianamente. Il suo respiro, il suo battito, le serrande dei negozi, i caffè profumati, le verdi colline che la circondano. Il vociare dei ragazzi e dei venditori ambulanti per le sue strade. I profumi e gli aromi del suo suk.

E ancora, le colpe di chi non ha impedito che Aleppo morisse straziata nelle carni e nell’anima. Le colpe dell’Occidente, l’aver abbandonato la rivoluzione borghese e liberale al regime di Bashar al-Assad in mano ai jihadisti sunniti è la condanna irrimediabile che si leva nelle pagine di Quirico. Pochezza, meschinità, viltà di una classe politica che non è riuscita ad impedire il martirio di una città e della sua anima, dei suoi abitanti. Una generazione, la nostra, che ha conosciuto sui libri Guernica, Stalingrado, Dresda, Sarajevo, Groznyi, oggi ha la sua colpa indelebile, oggi è Aleppo domanda e condanna per noi tutti. Aleppo è uno sguardo freddo e fisso nel vuoto, è domanda che si fa giudizio inappellabile. Aleppo, per sempre.

Zero K, Don DeLillo

Don DeLillo è nato nel 1936 nel Bronx, a New York
Raramente un libro trasmette la sensazione di contenere al suo interno una gamma di dimensioni, non sfumature, toni o colori, ma dimensioni. Ecco, Zero K è un libro che possiede al suo interno, nel suo senso più profondo, intimo, non una morale, un bene o un male, ma una dimensione. E questa si sviluppa all’infinito, nello spazio e nel tempo della lettura, grazie alla storia e all’arte della scrittura di DeLillo, accrescendola ulteriormemte ed ampliandola all’infinito.

Quel posto si trovava ai margini estremi del plausibile. 

È come galleggiare nello spazio, in orbita, osservando la Terra. Una sensazione di immaterialità, un capogiro, uno stordimento. Il resto è il prodotto di un sapiente artigiano della parola scritta in cui vari ingredienti come tecnologia e scienza, ricerca di senso, potere e denaro, immaterialità e radici, contribuiscono a rafforzare il viaggio di un padre e di un figlio in quella crepa nel terreno, fisica e metaforica, in cui la crioconservazione dei corpi scioglie, in un amalgama difficilmente decifrabile, tecnica e fantasia.

Le piccole virtù, Natalia Ginzburg

Natalia Ginzburg, Palermo 1916 – Roma 1991.
Il libro Le piccole virtù di Natalia Ginzburg è una composta e composita raccolta di saggi dal sapore vagamente moraleggiante, di ritratti – intimo e delicato Ritratto d’un amico in ricordo di Cesare Pavese – di formazione nella sua accezione più piena e nobile. Il volume venne pubblicato il 12 novembre del 1962, casa editrice Einaudi…chi altri, sennò, vista la storia personale dell’autrice. Ecco, storia personale e scrittura in Ginzburg sono strettamente intrecciati, annodati, impossibile disgiungerli l’uno dall’altra. Moglie di Leone Ginzburg, martire azionista – ed einaudiano – della Resistenza, Natalia nel suo compimento consapevole di scrittrice sarà tutta senso fisico delle esperienze morali come ebbe a dire Italo Calvino, altro grande einaudiano. In lei, nella sua scritttura, nulla vi è di astratto…la morale, che pure potente emerge dalle sue pagine, è precipitato chimico e fisico, materia viva, data dall’aderenza alla realtà o – anche – verità della realtà come giustamente ha sottolineato Domenico Scarpa nella sua introduzione al libro. 

Ecco, Le piccole virtù è un libro di memorie e riflessioni, di formazione e formazione all’adultità, alla vita adulta, a scoprire la nostra vocazione e a condannare quelle piccole virtù – che il libro denuncia, in un gioco ironico con il titolo – che poco o a nulla servono – se non ad arrecare danno – se prive di quelle grandi virtù che tutte le contengono e le mitigano. 

Le grandi virtù sgorgano da un istinto in cui la ragione non parla, un istinto a cui mi sarebbe difficile dare un nome. E il meglio di noi è in quel muto istinto: e non nel nostro istinto di difesa, che argomenta, sentenzia, disserta con la voce della ragione. 

L’educazione non è che un certo rapporto che stabiliamo fra noi e i nostri figli, un certo clima in cui fioriscono i sentimenti, gli istinti, i pensieri. Ora io credo che un clima tutto ispirato al rispetto per le piccole virtù, maturi insensibilmente al cinismo, o alla paura di vivere. 

A Calais, Emmanuel Carrère 

Un muro di cemento, un graffito realizzato dal più celebre e mediatico esponente della street art, Bansky, che rappresenta Steve Jobs. Il luogo? L’ingresso della Giungla, a Calais, profondo Nord della Francia, sguardo rivolto al mare e alla Gran Bretagna. 

Quando si parla di migranti, il mare è sempre presente. Il viaggio. L’Odissea, per l’appunto. Ma ritorniamo a Calais, città di settemila anime, che ha visto crescere un’altra città al suo fianco, al suo interno. La Giungla. Accampamento transennato e recintato, posto tappa obbligato per tutti i migranti e i disperati che sognano la Gran Bretagna, da raggiungere possibilmente saltando sul cassone di qualche camion che si appresta ad attraversare l’Eurotunnel. Ecco, Calais è il paradigma dell’Europa odierna. Un luogo privilegiato per comprendere le dinamiche della migrazione e le contraddizioni e i grumi di rabbia che agitano e animano i cittadini europei. Luogo privilegiato e, per questo, fatto oggetto di indagine e osservazione da parte di Emmanuel Carrère, artigiano francese della parola scritta. Osservazione. Chi leggerà Calais troverà questa parola più volte nello scritto di Carrère. Osservazione, delle paure e della rabbia di una popolazione locale che lentamente ha visto chiudere le principali attività produttive presenti sul territorio a causa dello rivoluzione industriale e tecnologica degli ultimi decenni. Una popolazione che invecchia, stanca e sfiduciata nel domani. Una società sconfitta e, per questo, spaventata. Uomini e donne sconfitti e spaventati dal mondo che cambia, aggredendo le vecchie conquiste e sicurezze sociali, e che si vede raggiungere, sfiorare, toccare, da una migrazione biblica – un esodo – di altri uomini e donne che fuggono da fame, miseria e guerra. Un incontro tra disperati. Una convivenza impossibile. Un fenomeno che, tranne rarissimi casi, è derubricato a gestione dell’ordine pubblico, senza sostegno sociale e umano per chi migra e per chi vede comparire sotto il suo sguardo i migranti. L’osservazione, e scoprire che che cambiare punto di vista – difficile – può aiutare a cambiare concretamente i fatti del mondo. Osservare e guardare l’altro. Assumersi la responsabilità dell’altro, come scriveva Levinas.  Ed ecco che

…a lei piace il prossimo suo, che lei sorride agli altri, si interessa a loro. I bambini della Giungla vengono a giocare con i suoi…

A Calais vive anche Ghizlane. Sposata, mamma, lavora al McDonald’s. Nessuno le ha mai rubato nulla in casa. La spesa e la baguette in macchina, regolarmente aperta, non sono mai sparite. Guardare l’altro con occhi diversi, assumersene la responsabilità, l’incontro come la più grande e intensa delle esperienze dell’uomo. Steve Jobs è energia, proiezione e spinta verso il futuro. Rischio. Immaginazione. Think different. 

Il tunnel, Ernesto Sabato

Leggere Il tunnel di Ernesto Sabato è immergersi nella letteratura latinoamericana Novecentesca. Fino al collo. Una scrittura e una voce narrante, quella di Sabato, che non risparmia, e non si risparmia, nulla…scrittura potente e delicata, immaginifica. Il suo indagare turbamenti, stati d’animo, sensazioni, ossessioni – più che nel descrivere particolari, seppur non superficiale sotto questo aspetto – è un viaggio nei nervi, nella carne e nelle sinapsi dell’Io narrante. La pioggia che batte, le onde che si infrangono sulla costa. E essere lì, adesso. Leggere Sabato, in questo caso Il tunnel, è farsi accompagnare in un viaggio in cui l’individuo – nella sua completezza – entra in una dimensione altra. Il dono e la magia di un grande scrittore. 

Ed era come se entrambi fossimo vissuti in corridoi o in tunnel paralleli, senza sapere di stare uno accanto all’altra, come anime somiglianti in tempi somiglianti, per ritrovarci alla fine di quei corridoi, davanti ad una scena dipinta da me, come una chiave destinata a lei sola, come l’annuncio segreto che io ero lì e che i corridoi si erano finalmente uniti e che l’ora dell’incontro era arrivata. 

I veri padroni del calcio, Marco Bellinazzo

Il denaro, oltre a non dormire mai, ha preso la buona abitudine di giocare a pallone. A differenza di quelle che si disputano sul rettangolo di gioco, però, la sua, anzi, le sue partite, non durano i canonici novanta minuti, nemmeno i supplementari ed i calci di rigore sono sufficienti a decretare vincitori e vinti. I vincitori, già, perchè la partita a pallone del denaro vede contemporaneamente in campo più squadre, di varie nazioni, alcune di club ed altre nazionali. Insomma, il calcio ai tempi della globalizzazione è un rompicapo mica facile da sciogliere e comprendere. Ci prova con questo libro, Marco Bellinazzo, giornalista e scrittore specializzato negli intrecci tra la finanza e il gioco più bello del mondo. 

Ne emerge un ritratto impietoso dello stato di salute del football. Se non è una novità l’uso propagandistico del calcio, una pratica in auge dagli albori della società di massa quando i successi sul campo venivano utilizzati per veicolare consenso sociale nei confronti dei regimi dittatoriali al potere, così non si può dire dell’utilizzo spregiudicato del gioco calcio come strumento finanziario – come un qualsiasi covered warrant – utilizzato dalle potenze emergenti – emblematici i casi di Cina, Russia e Qatar – per siglare accordi commerciali e acquisire nuovi asset industriali. Insomma, il calcio utilizzato come strumento per accreditarsi positivamente presso l’opinione pubblica nel mentre si siglano accordi commerciali che prevedono acquisizioni e partecipazioni finanziarie e industriali…si pensi all’esempio di Milano, ai palazzi e ai quartieri della capitale economica del Paese, alla Pirelli, al Milan e all’Inter. E al fiume incessante di renminbi che corre tra i Navigli. 

Insomma, tra l’acquisizione di un club europeo di prestigio, il suo rafforzamento sportivo grazie a faraoniche campagne di mercato, la realizzione delle infrastrutture e la vendita dei servizi di intatrattenimento collegati alla diffusione degli eventi, il calcio si è trasformato in un business che calamita una quantità di denaro immensa e, pertanto, in uno strumento di potere immenso. E, come per tutti gli strumenti di potere che generano e governano ricchezza, la battaglia per il suo controllo o, quantomeno per non esserne tagliati fuori, infuria prepotente sotto il cielo. Ma, come nell’arte durante il Rinascimento, anche in questo campo, è proprio il caso di dire, siamo stati noi degni precursori…

Il Milan di Berlusconi è stata la pietra miliare della Football Politik, rivoluzionando il mondo del calcio in maniera irreversibile. Un modello di gestione del club in cui sport ed entertainment […] vengono incanalate verso l’affermazione di un obiettivo industriale e la propaganda di una vita di successo funzionali, qualche anno dopo, a un progetto politico altrettanto dirompente come quello di Forza Italia. 

Gli assalti alle panetterie, Murakami Haruki

Una delle illustrazioni di Igort, al secolo Igor Tuveri, che arricchiscono e raccontano il libro assieme alla parola scritta.
Un libro, un racconto, intimo. La vita del protagonista, e il suo sviluppo nel tempo, che rimanda a un evento che tutto condiziona e che attende di essere risolto. Una voragine dell’anima che assume l’intensità di un crampo allo stomaco, il morso cieco della fame, e che pare affondare le sue radici nell’essenza stessa del protagonista. 

Dio era morto, al pari di Marx e di John Lennon. E noi eravamo famelici. Il risultato fu che decidemmo di compiere un reato. Non era la fame a spingerci a fare il male, no. Il male si trasformava in bisogno di cibo per istigarci a delinquere. Non me ne intendo molto, ma era qualcosa vicino all’esistenzialismo. 

Storie di sangue, amici e fantasmi. Ricordi di mafia. Pietro Grasso


Un libro di memorie Storie di sangue, amici e fantasmi scritto da un magistrato, da un uomo siciliano, attualmente impegnato a ricoprire la carica di Presidente del Senato e onorato della prefazione di un giurista, anch’egli siciliano, Sergio Mattarella, che di questo nostro Paese è il primo cittadino, il Presidente della Repubblica. 

Ecco, Grasso e Mattarella sono due uomini di Sicilia, due uomini di Stato entrambi formati e forgiati, civilmente e come uomini, nella lotta alla criminalità organizzata mafiosa. Ed allora ecco una prima lettura possibile, uno snodo nel libro, almeno per me, e che racconta che qualcosa deve pur essere cambiato, perdiamine, in questo Paese, se le prime due cariche istituzionali sono ricoperte da due uomini di Sicilia che la mafia l’hanno combattuta. Combattuta per davvero. Poi si scopre, leggendo il libro e i quotidiani e ascoltando i notiziari, che non è del tutto così. La mafia è cambiata, ha vinto e ha perso delle battaglie ma non la guerra, quella è ancora in corso. Silenziosa, a volte meno, non sempre, ma permane. Ne sono prova gli intrecci, soprattutto ‘ndranghetisti, con la politica e l’impresa nel nord del nostro Paese. Sono cronaca di questi ultimi giorni tanto il tentativo, in punta di diritto, di far scarcerare Riina e il dibattito sulla sua giusta morte quanto il busto di Falcone danneggiato….L’avversario è vivo, mutevole, per questo non meno pericoloso. Anzi. 

Dicevo del libro, un racconto di memorie che permette di far conoscere, sopratutto ai più giovani, i primi passi della lotta delle istituzioni alla mafia. L’intento divulgativo, oserei dire pedagogico, è parte fondamentale delle motivazioni che hanno spinto Grasso a questa scrittura. Scrivere, in fondo, è sempre rispondere ad un’esigenza…Ecco, passi incerti, difficoltosi, compiuti sulle gambe di uomini e donne in carne ed ossa. Donne e uomini che hanno tributato a questa battaglia il prezzo più alto, la loro vita e gli affetti dei loro cari. Ecco, in queste pagine si ritrovano sorrisi, scherzi, scatti d’ira, insomma il carattere di questi eroi normali. Uomini che hanno fatto il loro dovere quando era più facile volgere lo sguardo da un’altra parte, avendo comunque garantita l’impunità. Perchè così si era fatto e si faceva. Non loro. Una generazione di uomini e donne, in gran parte siciliani, che hanno consapevolmente accettato il destino a cui andavano incontro pur di non arretrare, anzi, costruendo e ponendo quelle basi giuridiche ed investigative necessarie se non a sconfiggere, quantomeno per combattere e contrastare efficacemente il fenomeno mafioso. Già, la mafia. Come ebbe a dire Giovanni Falcone – destinatario nel libro, insieme a Paolo Borsellino, di una lettera di Grasso

La mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine.

Nell’anno in cui si ricorda il venticinquennale dei tragici fatti del maggio e luglio 1992, una lettura consigliata. Una lettura che, in me, ha risvegliato l’orgoglio di essere un cittadino italiano. 

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