Questa è l’acqua, David Foster Wallace

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David Foster Wallace, scrittore. Uno tra i più importanti dell’ultima generazione…geniale, rabdomante dell’animo umano, capace di reinventare sostanza e forma della letteratura.

C’è lo scrittore e poi c’è l’uomo. Due figure che, inevitabilmente, si rincorrono, si intrecciano, si avvinghiano. Non c’è pace. Ricerca sì, quella sì. Spinta molto in là, con DFW l’asticella è alta…molto alta…e come un viaggio sulle montagne russe del pensiero. E ascoltare i Beatles insieme ai Red Hot Chili Peppers. E il viaggio avviene all’interno di noi. E’ il nostro pensiero. Siamo noi a venir trascinati tra salite e discese folli.

Ecco, Questa è l’acqua è una raccolta di sei scritti di DFW composti in un intervallo temporale che corre tra il 1984 e il 2005. Pagine in cui indaga aspetti tra i più vari ed intimi e comuni della sua e nostra esistenza. E, scrivendo – lui – e leggendo – noi – abbiamo come la sensazione, almeno così è per me quando leggo Foster Wallace, di partecipare ad una sorta di rito iniziatico. Un battesimo, un Bar mitzvah…comunque un momento di passaggio forte…ecco, c’è un prima aver letto DFW e un dopo aver letto DFW. La scansione del tempo ritmata dalle emozioni. Nulla sarà come prima, qualcosa dentro di te lettore inizierà a rispondere a logiche diverse…leggere DFW è esperienza concreta che marchia la nuda carne, percuote il sistema nervoso, altera le sinapsi e le particelle del DNA. Insomma, è venire al mondo…stupore, dolore, eccitazione. La buona letteratura, amica e amico, è questa roba qua.

Questa è l’acqua è sia il nome della raccolta degli scritti ma, soprattutto, il titolo di uno di essi. Si tratta del discorso che tenne il 21 maggio 2005 al Kenyon College durante la cerimonia per il conferimento delle lauree. Michael Pietsch, storico editor di Wallace, ha osservato come il tema del discorso — l’idea di poter trovare un grande significato nei momenti più banali delle nostre vite — fosse ciò di cui Wallace stava scrivendo nel suo ultimo romanzo, “Il re pallido”, a cui all’epoca stava lavorando. Il discorso di Wallace al Kenyon, ha spiegato Pietsch, fu un “romanzo compresso in una poesia”. Ecco, allora, alcuni stralci, squarci improvvisi di DFW…

[…] la vera, fondamentale educazione a pensare che dovremmo ricevere in un luogo come questo non riguarda tanto la capacità di pensare, quanto semmai la facoltà di scegliere a cosa pensare.

La conseguenza forse più pericolosa di una cultura accademica, almeno nel mio caso, è che legittima la mia tendenza a essere cerebrale, a perdermi nelle astrazioni anziché prestare semplicemente attenzione a quello che mim succede davanti agli occhi. Anziché prestare attenzione a quello che mi succede dentro.

Imparare a pensare di fatto significa imparare ad esercitare un certo controllo su come e su cosa pensare. Significa avere quel minimo di consapevolezza che permette di scegliere a cosa prestare attenzione e di scegliere come attribuire un significato all’esperienza. Perché se non sapete o non volete esercitare questo tipo di scelta nella vita da adulti, siete fregati.

[…] la scelta entra in gioco proprio nelle boiate frustranti e di poco conto come questa.

[…] riuscire a decidere  consapevolmente che cosa importa e che cosa no. Riuscire a decidere che cosa venerare…Ecco un’altra cosa vera. Nelle trincee quotidiane della vita da adulti l’ateismo non esiste. Non venerare è impossibile. […]. L’unica scelta che abbiamo è che cosa venerare. E un motivo importantissimo per scegliere di venerare un certo dio o una cosa di tipo spirituale […] e che qualunque altra cosa veneriate vi mangerà vivi.

Il genere di libertà davvero importante richiede attenzione, consapevolezza, disciplina, impegno e la capacità di tenere davvero agli altri e di sacrifico arsi costantemente per loro, in una miriade di piccoli modi […]. Questa è la vera libertà. Questo è imparare a pensare. […].

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Invertire la rotta, Joseph E. Stiglitz

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Premio Nobel per l’economia 2001, è professore alla Columbia University.

Povertà, crescita economica, marginalità ed esclusione sociale sono solo alcuni dei temi affrontati da Joseph Stiglitz nel suo saggio Invertire la rotta. L’economista, premio Nobel nel 2001, partendo dal concetto del trickle down – e dalla sua giustificazione teorica, la produttività marginale – cerca di spiegare i vari “come mai” di quel fenomeno che riguarda ormai tutto l’Occidente sviluppato, ovvero il crescente impoverimento della popolazione a fronte dell’arricchimento esponenziale di quel fatidico 1% che ha in dote gran parte della ricchezza globale. Ecco, questo squilibrio nella ripartizione della ricchezza è il tema che Stiglitz analizza nel dettaglio, dimostrando come l’aver applicato per decenni politiche economiche neoliberiste – ecco il trickle down – abbia concorso attivamente, e con il beneplacito della classe politica, a realizzare questo attuale stato di cose. L’aumentare della disuguaglianza, l’impoverimento crescente, giustificati da scellerate politiche economiche, hanno contribuito, in un cortocircuito economico finanziario senza pari, a rallentare la crescita economica, in una spirale viziosa, in cui la ricchezza accumulata da quel fatidico 1% non ha portato ad un incremento della capacità produttiva dell’economia, bensì alla sua stagnazione. Immensi capitali immobilizzati o, al più, destinati alla speculazione finanziaria o all’acquisto di immobili e non investiti o redistribuiti in attività produttive. Ecco allora infrangersi uno degli ultimi tabù contemporanei, quello della disuguaglianza come male necessario per far sì che l’economia possa crescere. Sciogliere i legacci, le fantomatiche mani libere, meno regole e come d’incanto si sarebbe nuovamente messa in movimento l’economia globale, elargendo benefici a tutti proprio grazie al trickle down, quell’alta marea che avrebbe sollevato tutte le barche…meno regole, più soldi e il livello del mare avrebbe magicamente aiutato a far prendere il largo sia agli yacht come alle barche dei pescatori. Non è stato, non è così, e questo ormai è sotto gli occhi di tutti. A fronte di questo stato di cose, Stiglitz si interroga sulle possibili alternative e soluzioni che permettano tanto una riduzione delle disuguaglianze quanto un rafforzamento – sano – dell’economia. Quattro sono le aree individuate. La prima riguarda la revisione dei meccanismi di remunerazione dei dirigenti, in particolare modo quelli basati sulle stock options. La seconda, macroeconomica, chiama in causa maggiori investimenti pubblici in infrastrutture, tecnologia ed istruzione per ridare slancio alla domanda – la strada prima per una corretta crescita economica…se c’è domanda le imprese creano posti di lavoro e le banche, chiamate a fare le banche, prestare denaro alle piccole e medie imprese e non speculano per proprio conto e profitto. Il terzo punto riguarda l’istruzione: per combattere la disuguaglianza, Stiglitz rimarca la necessità di maggiori investimenti pubblici in questo campo. Il livello e la qualità dell’istruzione, la sua accessibilità e fruibilità, come fattore determinante per la crescita economica. La quarta, e ultima aerea, riguarda la tassazione e, per questa via, individua il come trovare le risorse per finanziare l’intervento pubblico. Stiglitz individua in una più equa e completa tassazione dei redditi da capitale la via per trovare le risorse necessarie ad alimentare le nuove politiche economiche in grado di ridurre le disuguaglianze e, al contempo, aiutare una sana crescita economica. Aggiungo, anche la speranza in una società migliore e giusta.

Collusion, Luke Harding

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Un libro che possiede tutte le caratteristiche della migliore letteratura di spionaggio, al pari delle opere di Le Carré e Fleming, e che, invece, è uno straordinario e attuale esempio di inchiesta giornalistica. Ecco, questo è Collusion di Luke Harding. Un giornalista del Guardian, Harding appunto, esperto di cose russe che si imbatte nei memo prodotti da un ex agente del M16, i servizi di intelligence britannici, e decide di seguire la pistola fumante, i dati elaborati da Christopher Steele, questo il nome dell’ex 007. L’oggetto dei memo e dell’inchiesta riguarda i rapporti inconfessabili tra lo staff e il candidato nonché futuro Presidente Donald J. Trump ed il Cremlino. Ancora, su come sia stato possibile che un imprenditore del lusso e del divertimento nonché bancarottiere conclamato sia giunto a conquistare la Casa Bianca. Un uomo, sempre Trump, che a fine 2008 si era dichiarato inadempiente e, per questo, non in grado di far fronte ad un debito di oltre 330 milioni di dollari con Deutshe Bank,  e che in pochi anni è riuscito a riemergere dalla peggiore crisi finanziaria post ’29 ancora più potente e solvibile, a livello finanziario. Soldi. Tanti. Se non l’odore, in questo caso, la loro provenienza e i loro movimenti attirano l’attenzione dei servizi di intelligence e dei media. Soldi che rimbalzano per tutto il pianeta. Ecco, questa è la strada maestra dell’inchiesta di Harding. Cercare di mettere ordine e dare un senso al flusso di rubli che si trasformano a fine viaggio in dollari. Come un ping pong impazzito, bonifici che rimbalzano da Mosca a Cipro sino a paradisi fiscali offshore per poi ricomparire negli Stati Uniti e che portano, come marchio indelebile, quello di essere collegati a uomini chiave dello staff di Trump e che, di rimando, collegano il Presidente a Mosca e ai gangli del potere putiniano. Connessioni e interconnessioni che, utilizzando Deutsche Bank e la sua filiale moscovita, evitano al Presidente di crollare sotto il peso dei debiti nel 2008 e che, presumibilmente, lo rendono contiguo e colluso al sistema di potere putiniano.

E ancora, le ingerenze russe nella campagna elettorale che ha visto contrapporsi Clinton a Trump, il cyberspionaggio e il furto delle mail del comitato democratico, e le motivazioni alla base di queste operazioni, tanto negli Stati Uniti come in altre campagne elettorali…e non solo, ovvero indebolire l’Occidente e il blocco Nato per favorire l’espansione dell’area di influenza politica e militare dell’ex impero sovietico. Ebbene, Harding tramite Collusion ricostruisce curriculum vitae e biografie politiche degli uomini del Presidente, i loro affari e i loro servigi al soldo dei notabili russi. Manafort e Flynn, Carter Page ed il genero del Presidente Jared Kushner, solo per citare alcuni dei protagonisti di questa vicenda e che li vede, nell’ultimo anno, oggetto delle indagini del procuratore generale Robert Muller – ex capo dell’FBI e di orientamento repubblicano… – volte a scoperchiare e chiarire le ombre che sempre più avvolgono la Casa Bianca.

Insomma, un libro quanto mai attuale. Un libro che racconta una ferita aperta e una sfida per gli Stati Uniti e per tutte le democrazie occidentali, poste di fronte al pericoloso riemergere di movimenti populisti non del tutto estranei a simpatie – e forse anche qualcosa di più…- per il regime putiniano.

 

Trump, Sergio Romano

Quale migliore indagatore del “fenomeno Trump” e del trumpismo se non già uno scrittore e giornalista che ha ricoperto per anni il delicato ruolo di ambasciatore alla NATO e in Unione Sovietica?! Ecco, Sergio Romano – columnist del Corriere della Sera – possiede il physique du role per confrontarsi con Donald Trump senza soggezione alcuna. Il libro ha il formato essenziale dell’ instant book, racconta la rivoluzione trumpiana in presa diretta. I primi provvedimenti della nuova amministrazione, le gaffes, l’approssimazione e la superficialità – anche la risolutezza – nell’affrontare la politica estera, i trattati commerciali, i diritti civili e l’immigrazione. Il quadro che ne emerge è quello del perfetto non-Obama, l’antitesi al raffinato docente universitario e cittadino del mondo democratico. Un uomo, Trump, che aveva passato una buona parte della sua esistenza, sino alla campagna presidenziale, fabbricando e vendendo lusso e svago e descritto come un personaggio stravagante, imprevedibile, visibilmente a digiuno delle esperienze politiche nazionali e internazionali che dovrebbero formare il bagaglio del leader. Il libro ha il pregio di toccare i nervi scoperti e le contraddizioni dell’Amministrazione, Russiagate incluso. Insomma, un buon punto di partenza per chi sia intenzionato a sondare le dinamiche profonde di una delle manifestazioni più eclatanti della rivoluzione populista 2.0 che percorre gran parte delle democrazie liberali occidentali.

Un giorno questo calcio sarà tuo, Fulvio Paglialunga

Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per strada, lì ricomincia la storia del calcio. Jorge Luis Borges

Raccontare di calcio non è mai compito facile. È l’addentrarsi in un gioco, in uno sport, e cercare di far emergere il suo rapporto con la natura umana e con il senso e la ricerca di senso che è compito delicato. Facile smarrirsi nel banale, il già detto, o inerpicarsi in escursioni e costruzioni letterarie senza ritorno. Raccontare di un gioco, come detto, non è semplice. È molto più complicato avventurarsi su un campo da gioco senza scarpini e maglietta, ma con in mano un foglio ed una matita. Ecco, Fulvio Paglialunga, giovane scrittore tarantino, ha vinto la sua partita portandosi appresso, nella sacca, matita e foglio. Il suo libro Un giorno questo calcio sarà tuo è in primo luogo una storia di sentimenti, un’educazione sentimentale, di quel rapporto unico e speciale tra padre e figlio. Poi certo, c’è il calcio, ma viene dopo, si trova un passo indietro. Una storia di storie raccontata così bene, delicatamente, in cui l’elemento pallone e gioco passa quasi in secondo piano. È lo sfondo, lo strumento, che alcuni padri e figli, noti e meno noti al grande pubblico, hanno utilizzato e utilizzano per conoscersi e per dare sostanza al loro rapporto. Per caratterizzarlo ed imprimere quell’unicità mai riproducibile che unisce un padre ad un figlio. Per sempre. E allora ecco che il gioco del calcio diventa attore protagonista, adesso sì, nel creare una specifica identità tra padre e figlio. Diventa segno, cifra, che caratterizza in profondità la storia di questi due uomini. Perché saranno per sempre padre e figlio, a dispetto del tempo che scorre e scorre impunemente. Il gioco irrora e rinvigorisce questo rapporto, contribuendo a renderlo speciale, un po’ più ricco ed intimo di quella intimità che si trova, per noi giocatori perditempo quarantenni, nei piccoli gesti del prepararsi per andare insieme allo stadio. Ricco di quei colori e suoni ed emozioni, elementi chimici e precipitati ultimi del ribollire passionale di un stadio di calcio.

Tra loro, Richard Ford  

[…] entrare nel passato è un’operazione incerta, dal momento che il passato cerca sempre, riuscendovi però solo a metà, di fare di noi quello che siamo.

Un libro che è soprattutto un atto di amore. E di questi tempi grami, permeati da cinismo e disincanto, paure e nevrosi, scrivere per rendere conto di un’amore e testimoniare in prima persona di quell’amore, essendo in parte protagonista della storia narrata, ecco, non è cosa da poco. Anzi. Il premio Pulitzer Richard Ford grazie a Tra loro è riuscito nell’intento di rendere conto di un amore, quelli per cui si prova ammirazione e, perché no, invidia. I protagonisti sono due, tre con l’autore, suo padre e sua madre. Raccontanti all’inizio della loro storia, ognuno di noi nel bene e nel male è anche una storia, negli anni della Grande Depressione. Raccontati mentre erano intenti a costruire la loro vita coniugale e professionale. Un amore, come detto. E un figlio. Un figlio che cambierà la loro vita, la loro quotidianità, senza per questo intaccare quel sentimento profondo. Un figlio che renderà conto di quell’amore scrivendo e che, nello scrivere, si troverà a fare i conti con il tempo che scorre, dilatando e deformando sensazioni e immagini – in questo spietato – e che leviga e modella i ricordi come l’acqua del mare e il vento fanno con le rocce e gli scogli.

Il libro ha una sorta di frase guida, una lanterna che aiuta a muoversi fra le righe e le pagine, dal mio punto di vista. Un figlio che, uomo adulto e affermato scrittore, scivola a ritroso nel tempo compiendo un atto di amore e di testimonianza, in questo libro più che mai sinonimi. Aggiungo, la parte del libro più delicata e densa di sfumature è quella in cui Ford racconta del rapporto con la madre. Anche, ma non solo, per il banale motivo che il padre morì quando l’autore era molto giovane e pertanto il racconto, di papà Ford, è più spigliato, veloce, immediato, meno scivoloso. Per contro, il rapporto con la madre, l’amore e gli inevitabili conflitti e incomprensioni, è un susseguirsi di delicati affreschi di un giovane che si fa uomo e che, in questo divenire, vede e sente la madre diventare una pari, adulta scrutata, descritta, da adulto. La malattia incurabile della madre, poi, il parlarne tra di loro, è la testimonianza e la luce che illumina un libro che merita e deve essere letto.

Ma era qualcosa di più della sua morte ciò che mi stava preannunciando. La vita – la sua in particolare, ma anche la nostra – stava ormai entrando in un nuovo genere di eventi. Queste cose potevano essere comprese, ecco quello che intendeva dire ma non disse con precisione. Opporvisi era senza speranza e forse perverso. Tutto questo stava diventando una delle cose che succedono. Un’inevitabilità. Meglio vederla così.

Succede ad Aleppo, Domenico Quirico

Raccontare di una città che lentamente muore. Raccontare della sua agonia come l’agonia di un amico caro, di ossa carne nervi consumati nella morte che avanza. Inesorabile. Di occhi che si fanno freddi e vuoti e fissi. Che interrogano e ci interrogano. Per sempre. Ecco, Succede ad Aleppo di Domenico Quirico è un atto d’amore per una città agonizzante. Un atto d’amore che si fa libro, saggio e romanzo e poema allo stesso tempo. Quirico, giornalista e inviato di guerra, racconta la città e il conflitto che ha vissuto e osservato e respirato. E lo racconta come in un sapiente gioco di specchi, in cui riflette le immagini di una città assediata e morente a quelle dei suoi abitanti. E allora le case sventrate, le moschee collassate al suolo, i quartieri trasformati in mucchi di cemento e polvere sono il contraltare di uomini e donne e bambini strappati alla vita, di giovani rivoluzionari belli e irraggiungibili come solo tocca in sorte a tutti i giovani eroi e poi i combattenti jihadisti, sulfurei e intabarrati nelle tuniche colore della morte. E l’oscenità dello sfregio che nulla risparmia. L’innocenza tradita, i sogni infranti di una città e di chi la vive e la anima quotidianamente. Il suo respiro, il suo battito, le serrande dei negozi, i caffè profumati, le verdi colline che la circondano. Il vociare dei ragazzi e dei venditori ambulanti per le sue strade. I profumi e gli aromi del suo suk.

E ancora, le colpe di chi non ha impedito che Aleppo morisse straziata nelle carni e nell’anima. Le colpe dell’Occidente, l’aver abbandonato la rivoluzione borghese e liberale al regime di Bashar al-Assad in mano ai jihadisti sunniti è la condanna irrimediabile che si leva nelle pagine di Quirico. Pochezza, meschinità, viltà di una classe politica che non è riuscita ad impedire il martirio di una città e della sua anima, dei suoi abitanti. Una generazione, la nostra, che ha conosciuto sui libri Guernica, Stalingrado, Dresda, Sarajevo, Groznyi, oggi ha la sua colpa indelebile, oggi è Aleppo domanda e condanna per noi tutti. Aleppo è uno sguardo freddo e fisso nel vuoto, è domanda che si fa giudizio inappellabile. Aleppo, per sempre.

Zero K, Don DeLillo

Don DeLillo è nato nel 1936 nel Bronx, a New York
Raramente un libro trasmette la sensazione di contenere al suo interno una gamma di dimensioni, non sfumature, toni o colori, ma dimensioni. Ecco, Zero K è un libro che possiede al suo interno, nel suo senso più profondo, intimo, non una morale, un bene o un male, ma una dimensione. E questa si sviluppa all’infinito, nello spazio e nel tempo della lettura, grazie alla storia e all’arte della scrittura di DeLillo, accrescendola ulteriormemte ed ampliandola all’infinito.

Quel posto si trovava ai margini estremi del plausibile. 

È come galleggiare nello spazio, in orbita, osservando la Terra. Una sensazione di immaterialità, un capogiro, uno stordimento. Il resto è il prodotto di un sapiente artigiano della parola scritta in cui vari ingredienti come tecnologia e scienza, ricerca di senso, potere e denaro, immaterialità e radici, contribuiscono a rafforzare il viaggio di un padre e di un figlio in quella crepa nel terreno, fisica e metaforica, in cui la crioconservazione dei corpi scioglie, in un amalgama difficilmente decifrabile, tecnica e fantasia.

Le piccole virtù, Natalia Ginzburg

Natalia Ginzburg, Palermo 1916 – Roma 1991.
Il libro Le piccole virtù di Natalia Ginzburg è una composta e composita raccolta di saggi dal sapore vagamente moraleggiante, di ritratti – intimo e delicato Ritratto d’un amico in ricordo di Cesare Pavese – di formazione nella sua accezione più piena e nobile. Il volume venne pubblicato il 12 novembre del 1962, casa editrice Einaudi…chi altri, sennò, vista la storia personale dell’autrice. Ecco, storia personale e scrittura in Ginzburg sono strettamente intrecciati, annodati, impossibile disgiungerli l’uno dall’altra. Moglie di Leone Ginzburg, martire azionista – ed einaudiano – della Resistenza, Natalia nel suo compimento consapevole di scrittrice sarà tutta senso fisico delle esperienze morali come ebbe a dire Italo Calvino, altro grande einaudiano. In lei, nella sua scritttura, nulla vi è di astratto…la morale, che pure potente emerge dalle sue pagine, è precipitato chimico e fisico, materia viva, data dall’aderenza alla realtà o – anche – verità della realtà come giustamente ha sottolineato Domenico Scarpa nella sua introduzione al libro. 

Ecco, Le piccole virtù è un libro di memorie e riflessioni, di formazione e formazione all’adultità, alla vita adulta, a scoprire la nostra vocazione e a condannare quelle piccole virtù – che il libro denuncia, in un gioco ironico con il titolo – che poco o a nulla servono – se non ad arrecare danno – se prive di quelle grandi virtù che tutte le contengono e le mitigano. 

Le grandi virtù sgorgano da un istinto in cui la ragione non parla, un istinto a cui mi sarebbe difficile dare un nome. E il meglio di noi è in quel muto istinto: e non nel nostro istinto di difesa, che argomenta, sentenzia, disserta con la voce della ragione. 

L’educazione non è che un certo rapporto che stabiliamo fra noi e i nostri figli, un certo clima in cui fioriscono i sentimenti, gli istinti, i pensieri. Ora io credo che un clima tutto ispirato al rispetto per le piccole virtù, maturi insensibilmente al cinismo, o alla paura di vivere. 

A Calais, Emmanuel Carrère 

Un muro di cemento, un graffito realizzato dal più celebre e mediatico esponente della street art, Bansky, che rappresenta Steve Jobs. Il luogo? L’ingresso della Giungla, a Calais, profondo Nord della Francia, sguardo rivolto al mare e alla Gran Bretagna. 

Quando si parla di migranti, il mare è sempre presente. Il viaggio. L’Odissea, per l’appunto. Ma ritorniamo a Calais, città di settemila anime, che ha visto crescere un’altra città al suo fianco, al suo interno. La Giungla. Accampamento transennato e recintato, posto tappa obbligato per tutti i migranti e i disperati che sognano la Gran Bretagna, da raggiungere possibilmente saltando sul cassone di qualche camion che si appresta ad attraversare l’Eurotunnel. Ecco, Calais è il paradigma dell’Europa odierna. Un luogo privilegiato per comprendere le dinamiche della migrazione e le contraddizioni e i grumi di rabbia che agitano e animano i cittadini europei. Luogo privilegiato e, per questo, fatto oggetto di indagine e osservazione da parte di Emmanuel Carrère, artigiano francese della parola scritta. Osservazione. Chi leggerà Calais troverà questa parola più volte nello scritto di Carrère. Osservazione, delle paure e della rabbia di una popolazione locale che lentamente ha visto chiudere le principali attività produttive presenti sul territorio a causa dello rivoluzione industriale e tecnologica degli ultimi decenni. Una popolazione che invecchia, stanca e sfiduciata nel domani. Una società sconfitta e, per questo, spaventata. Uomini e donne sconfitti e spaventati dal mondo che cambia, aggredendo le vecchie conquiste e sicurezze sociali, e che si vede raggiungere, sfiorare, toccare, da una migrazione biblica – un esodo – di altri uomini e donne che fuggono da fame, miseria e guerra. Un incontro tra disperati. Una convivenza impossibile. Un fenomeno che, tranne rarissimi casi, è derubricato a gestione dell’ordine pubblico, senza sostegno sociale e umano per chi migra e per chi vede comparire sotto il suo sguardo i migranti. L’osservazione, e scoprire che che cambiare punto di vista – difficile – può aiutare a cambiare concretamente i fatti del mondo. Osservare e guardare l’altro. Assumersi la responsabilità dell’altro, come scriveva Levinas.  Ed ecco che

…a lei piace il prossimo suo, che lei sorride agli altri, si interessa a loro. I bambini della Giungla vengono a giocare con i suoi…

A Calais vive anche Ghizlane. Sposata, mamma, lavora al McDonald’s. Nessuno le ha mai rubato nulla in casa. La spesa e la baguette in macchina, regolarmente aperta, non sono mai sparite. Guardare l’altro con occhi diversi, assumersene la responsabilità, l’incontro come la più grande e intensa delle esperienze dell’uomo. Steve Jobs è energia, proiezione e spinta verso il futuro. Rischio. Immaginazione. Think different. 

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