Storie di sangue, amici e fantasmi. Ricordi di mafia. Pietro Grasso


Un libro di memorie Storie di sangue, amici e fantasmi scritto da un magistrato, da un uomo siciliano, attualmente impegnato a ricoprire la carica di Presidente del Senato e onorato della prefazione di un giurista, anch’egli siciliano, Sergio Mattarella, che di questo nostro Paese è il primo cittadino, il Presidente della Repubblica. 

Ecco, Grasso e Mattarella sono due uomini di Sicilia, due uomini di Stato entrambi formati e forgiati, civilmente e come uomini, nella lotta alla criminalità organizzata mafiosa. Ed allora ecco una prima lettura possibile, uno snodo nel libro, almeno per me, e che racconta che qualcosa deve pur essere cambiato, perdiamine, in questo Paese, se le prime due cariche istituzionali sono ricoperte da due uomini di Sicilia che la mafia l’hanno combattuta. Combattuta per davvero. Poi si scopre, leggendo il libro e i quotidiani e ascoltando i notiziari, che non è del tutto così. La mafia è cambiata, ha vinto e ha perso delle battaglie ma non la guerra, quella è ancora in corso. Silenziosa, a volte meno, non sempre, ma permane. Ne sono prova gli intrecci, soprattutto ‘ndranghetisti, con la politica e l’impresa nel nord del nostro Paese. Sono cronaca di questi ultimi giorni tanto il tentativo, in punta di diritto, di far scarcerare Riina e il dibattito sulla sua giusta morte quanto il busto di Falcone danneggiato….L’avversario è vivo, mutevole, per questo non meno pericoloso. Anzi. 

Dicevo del libro, un racconto di memorie che permette di far conoscere, sopratutto ai più giovani, i primi passi della lotta delle istituzioni alla mafia. L’intento divulgativo, oserei dire pedagogico, è parte fondamentale delle motivazioni che hanno spinto Grasso a questa scrittura. Scrivere, in fondo, è sempre rispondere ad un’esigenza…Ecco, passi incerti, difficoltosi, compiuti sulle gambe di uomini e donne in carne ed ossa. Donne e uomini che hanno tributato a questa battaglia il prezzo più alto, la loro vita e gli affetti dei loro cari. Ecco, in queste pagine si ritrovano sorrisi, scherzi, scatti d’ira, insomma il carattere di questi eroi normali. Uomini che hanno fatto il loro dovere quando era più facile volgere lo sguardo da un’altra parte, avendo comunque garantita l’impunità. Perchè così si era fatto e si faceva. Non loro. Una generazione di uomini e donne, in gran parte siciliani, che hanno consapevolmente accettato il destino a cui andavano incontro pur di non arretrare, anzi, costruendo e ponendo quelle basi giuridiche ed investigative necessarie se non a sconfiggere, quantomeno per combattere e contrastare efficacemente il fenomeno mafioso. Già, la mafia. Come ebbe a dire Giovanni Falcone – destinatario nel libro, insieme a Paolo Borsellino, di una lettera di Grasso

La mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine.

Nell’anno in cui si ricorda il venticinquennale dei tragici fatti del maggio e luglio 1992, una lettura consigliata. Una lettura che, in me, ha risvegliato l’orgoglio di essere un cittadino italiano. 

Lanzarote, Michel Houellebecq 

La mediocrità e il senso di vuoto angosciante che solo una grande metropoli europea e occidentale riesce a trasmettere, Parigi nel caso, nei giorni che precedono il capodanno. Il tutto amplificato, se possibile, quando il nuovo anno viene a coincidere con la fine e l’inizio del nuovo Millenio. Il viaggio, come mezzo e risorsa per fuggire e oltrepassare quel senso immanente e soffocante di fallimento che queste ricorrenze si trascinano appresso. 

Ecco, di tutto ciò si nutre l’energia cinica, oscena, voluttuosa, che anima e percorre le viscere di Michel Houellebecq e che egli –  essendo un abile artigiano della parola scritta – riversa con sapienza nelle pagine autobiografiche di Lanzarote. Un’isola, questa, delle Canarie e che, tranne per due attrazioni – il “Giardino dei Cactus” ed il Parco Nazionale di Timanfaya – nulla aveva da offrire ai turisti…priva di una qualsiasi forma accettabile di vita notturna, assenti le attrazioni culturali che di norma placano i desideri degli occidentali, onnivori di tutto ciò che a nulla serve e a nulla porta. Insomma, come scrive l’autore 

Il silenzio era totale. Ecco, mi dissi, a cosa somiglierà il mondo quando sarà morto. 

Posto di fronte al mondo come dev’essere apparso ai primi ominidi, con i segni e le ferite del parto ben in vista, la natura aspra e matrigna nella sua sorda potenza smuove, e porta alla luce, in Houellebecq quell’energia vitale che lo percorre e che – sorda agli artifici della ragione – si impone sovrana e guida l’uomo in un sfrenata, libera e selvaggia avventura sessuale con due turiste tedesche, conosciute durante un’escursione. A ciò fa come da contrappasso, la figura dello sbirro Rudi, anch’esso conosciuto durante la gita. Un belga depresso e immune alla desiderio e al richiamo della vita. Una figura tragica e patetica. Uno sconfitto. Sconfitto doppiamente quando cercherà una via di fuga dal suo stare a galla privo di senso e direzione. 

Il libro è tutto qua. È Houellebecq, non il migliore…ma dove il suo meglio si intuisce e, in parte, si legge. E si vede. Il libro è completato, infatti, da una serie di scatti fotografici dell’isola fatti dallo stesso M.H.

In ogni caso una cosa era certa: quello che era successo a Rudi poteva succedere a chiunque: ormai nessuno poteva più sentirsi al sicuro. Nessuna posizione sociale, nessun legame poteva più essere considerato solido. Vivevamo in un’epoca capace di partorire qualunque distruzione e qualunque messia. 

Anche quando la vita non ti dà più niente da sperare, ti dà comunque qualcosa da temere. 

La rabbia e l’algoritmo, Giuliano da Empoli

Giuliano da Empoli, Parigi 1973.

Un breve ed agile saggio sul grillismo ed il fenomeno del Movimento Cinque Stelle. Una lettura ed una interpretazione ricercata, approfondita e mai banale, della galassia pentastellata. Partigiana sì, questo sì, e non potrebbe essere altrimenti visto che l’autore è uno degli interlocutori di riferimento di Matteo Renzi. Detto questo, La rabbia e l’algoritmo è uno scritto onesto, che si sforza di raccontare per quello che sono logiche e dinamiche che sottendono e muovono l’agire e la proposta politica del M5S. Il suo “motore”, l’algoritmo, strumento e metodo che si fa programma esso stesso. 

E poi quella faglia che scorre nella società e che vede e vedrà contrapporsi quantità (populisti) a qualità (le élites). Insomma, una lettura utile in questi tempi, caratterizzati dal prepotente ritorno sulla scena di movimenti e leader che fanno, a destra come a sinistra, del populismo l’arma principale della loro azione e seduzione politica. Ecco, il prodotto finale della Casaleggio Associati, quel blob magmatico che va sotto il nome di Movimento Cinque Stelle, è la realizzazione più alta e compiuta per i nostri tempi, una versione 2.0, del sempiterno richiamo fascinante e fascisteggiante nei modi, di quella pratica e ideologia politica che va sotto il nome di populismo. Encomio a Giuliano da Empoli. 

I contenuti e le politiche del Movimento sono erratici perché non sono il frutto di un ragionamento ma di un algoritmo.

…al posto di un programma ha un algoritmo che rielabora continuamente le preferenze dei cittadini-consumatori e partorisce la risposta che vogliono sentirsi dare…

..la classe dirigente […] dovrà dimostrare di essere in grado di produrre qualità, non solo per se stessa ma per la società nel suo insieme, se non vorrà essere spazzata via dalla rivoluzione degli uomini qualunque.

Bruciare tutto, Walter Siti 

Un caso letterario. Anzi, il caso letterario dell’anno. Bruciare tutto, l’ultimo romanzo di Walter Siti, è un libro denso e poetico al contempo. Un blob magmatico, lava incandescente che – come orgasmo – arriva dall’origine della vita, di noi stessi, da un ipotetico e sfuggente nucleo originario . Un libro anche leggero, contemporaneo suo malgrado agli anni e alle contraddizioni che lacerano il nostro vivere quotidiano.

Un giovane prete, un bambino. La pedofilia. L’atto consumato e l’atto mancato. Il passato che ritorna e si ripropone in una sorta di eterno presente osceno. L’obbedienza e la salvezza dell’anima che si contrappongono all’amore cercato da un fanciullo. Una via di fuga – salvezza ?! – che si nega ostinatamente a don Leo, alter ego e spettrale proiezione del Siti medesimo. Il desiderio nella sua declinazione più distruttiva, quasi un ossimoro. Un libro tragico, spietato e ricercato. Disperato, come lo definisce il suo autore. Irreparabile.

Ecco, precipito nell’abisso senza misura perché solo nell’abisso incontrerò lo Smisurato; sfrenata spudoratezza della creazione dal fango, evitare la possibilità di un incontro concreto sarebbe come relegare Dio nell’ubbia delle ipotesi – mentre è qui, di fronte a me, che mi testimonia e mi ama. Vedere nudo un ragazzino per toccare Te, mio Dio. 

Nel guscio, Ian McEwan

Una tragedia moderna, un piccolo Amleto in utero che narra e racconta la cronaca di una morte annunciata, senza per questo lesinare umori e riflessioni – anche pungenti –  sulle contraddizioni e le convulsioni che scuotono e percorrono la nostra società. Nel guscio è un piccolo capolavoro di buona scrittura, leggerezza, dolore e ironia. McEwan, utilizzando la sua libertà di scrittore, in questo libro, prende per mano il lettore e, come se fosse cosa ovvia e ovvia non è, lo fa venire al mondo.     

prima il dolore, poi la giustizia e infine il senso. Tutto il resto è caos.  

Cedi la strada agli alberi, Franco Arminio 

Incontrare un poeta è cosa rara, non perché abbiano strane abitudini – o forse anche si – ma perché rara è la poesia. Franco Arminio è poeta. Quindi è raro e prezioso. 

Oscilla assiderata la stella di Natale

Da un bar all’altro inutili traslochi.

Ogni volto è luogo di confine,

ognuno fa i suoi cenni

completamente incustodito.

Faccio quaranta passi e torno a casa.

Conosco quest’aria e i suoi rancori,

torna ogni anno sempre uguale 

come le palle dell’albero e i pastori.

L’Avversario, Emmanuel Carrère


L’Avversario è un libro che racchiude in sé narrazione d’indagine, cronaca giudiziaria e ricerca di senso. Un melting pot affascinante, invero ben riuscito, in cui l’autore si cimenta dopo esser venuto a conoscenza di un terribile, indicibile, fatto di cronaca accaduto nella Francia dei primi Anni Novanta. Il protagonista, Jean-Claude Romand, padre di famiglia e buon borghese, temendo di veder crollare l’universo di menzogne su cui aveva costruito la sua vita e – peggio dal suo punto di vista, dover patire le conseguenze dell’osceno – si decise ad uccidere la moglie, i due figli, il padre e la madre. 

Un libro che rende la sensazione doppia, ambivalente e inquietante, di assistere, al contempo, ad una rappresentazione teatrale, una commedia dell’equivoco in cui il protagonista indiscusso è Romand, e, dall’altra, di precipitare in un obitorio sotterraneo di un’istituto di medicina legale e di assistere all’autopsia di cadaveri morti innocenti. Pagine, queste, in cui le sensazioni dominanti sono paragonabili alle luci bianche e fredde dei neon, odori dei disinfettanti, mentre pare di assistere al lavoro certosino di chi incide i tessuti dei morti…di cui sfuggono i volti, i colori, il tono della voce…paiono quasi confondersi e perdersi nell’immane tragedia che li ha strappati alla vita. 

Un uomo, Romand, al cui interno il vuoto e la menzogna hanno lentamente scavato e corroso i principi morali che sono alla base del vivere sociale. A dominare è la personalità di un uomo senza carattere alcuno e incapace di provare sentimenti – Galimberti parlerebbe di educazione sentimentale –  abituato unicamente ad elaborare gli stimoli eterni e programmato a reagire adeguatamente, in maniera consona…ed ecco il mio buon borghese…alle attese che tali stimoli provocavano in lui. Un robot. L’assenza dell’umano e dell’umanità nell’uomo, in cui l’atto – l’omicidio – sostituisce la parola – la verità – quando questa ormai stava per diventare prossima, necessaria. Un’ultima, fatale, fuga dall’assunzione di responsabilità, da quel carattere che contraddistingue, tra gli esseri umani, la condizione dell’adultità. 

Di norma una bugia serve a nascondere una verità, magari qualcosa di vergognoso, ma reale. La sua non nascondeva nulla. Sotto il falso dottor Romand non c’era un vero Jean-Claude Romand. 

Il corpo del reato, Carlo Bonini

Carlo Bonini, formidabile esempio di giornalista d’inchiesta e firma de la Repubblica, racconta ne Il corpo del reato un’ingiustizia. Meglio, l’assenza stessa dell’idea di giustizia, il suo venir meno, di più, la sua negazione fino alle estreme conseguenze…la morte per ingiustizia. L’assassinio di Stefano Cucchi, perchè è di un omicidio che si racconta, è ancor più doloroso poichè il crimine è il risultato combinato tanto della violenza gratuita – un pestaggio di tre uomini con la divisa dell’Arma, esercitato sul corpo di un ragazzo alto poco più di un metro e sessanta e che pesava all’incirca cinquantaquattro chilogrammi – quanto della sciatteria, dell’ignavia, con cui Stafano è stato non accudito dal personale sanitario, non trovo il termine, ecco, forse abbandonato, nella sua lenta agonia all’ospedale Pertini di Roma. In certe vite vissute di dolore, intrise di errori e debolezze, come è stata la vita di Stefano, il lieto fine è un’opzione che non è data da esercitare. Non è semplicemente prevista. Indigna e macchia le nostre istituzioni, la sua morte, e dovrebbe interrogare noi tutti che si possa morire ancora oggi in Italia come è morto Stefano Cucchi, e altri ragazzi prima e dopo di lui. Indigna ancor di più, se possibile, l’assenza di una legislazione sul reato di tortura. E allora, che fare? Dove trovare risposte all’assenza di giustizia? Ecco, una seppur parziale speranza la si può rintracciare nella dignità dimostrata dalle famiglie di chi ha patito la morte di un caro per mano – o sciatteria – di chi avrebbe dovuto custodire e proteggere, anche da se stesso, il debole…quello che ha il nome scritto a matita all’anagrafe…e non ci devono più essere nomi che è un attimo cancellare. Ecco, questo libro ci ricorda che Stefano, e il suo Corpo unico testimone, non sono stati cancellati. 

“Provo dunque a riformulare la domanda chiave: di cosa è morto Stefano? Io sono un tipo pragmatico e dico che se noi sganciamo la sua morte da quanto è accaduto nei sotterranei di questo palazzo di giustizia, che resta? Restano la sua malattia e il suo rifiuto di alimentarsi e idratarsi. Dunque, concludo, Stefano si è suicidato! Si è suicidato al Pertini come si sarebbe suicidato a casa sua!”.

Il turista, Massimo Carlotto

Massimo Carlotto, (Padova, 22 luglio 1956) è scrittore ed è considerato tra i principali autori di noir e hard boiled

Massimo Carlotto è autore di indiscussa e riconosciuta fama internazionale per la sua produzione noir eattraverso la sua ultima opera, Il turista, si è sperimentato in un genere altro ma “contiguo”…il thriller poliziesco. Esperimento riuscito, a scanso di equivoci, pur se tuttavia il noir di Carlotto è un viaggio che tocca e percuote l’anima in modo più vibrante e diretto…meno mediato dalla tecnica stilistica, dalle meritorie competenze – accumulate e trasferitete nell’opera – per portare a compimento Il turista (vedi le sfumature caratteriali e comportamentali del Turista, killer sfuggente e irreprensibile psicopatico da manuale). Libro che è anche omaggio, dolce e melanconico, ad una città, Venezia, sempre più in balia dell’avidità umana…bazar artefatto e a cielo aperto, deturpata dai mostri mobili delle navi da crociera, invasa da orde di turisti affamati di selfie e alla perenne ricerca di chincaglierie made in China da riportare a casa. Una Venezia in cui i veneziani assistono impotenti alla loro messa in disparte…confinati in piccole calle che paiono tanto ricordare, con le dovute distinzioni, le riserve dei nativi d’America. Tipi caratteriali veneziani che si ritrovano tra i personaggi che animano e colorano e “profumano” il libro, in primis il protagonista, Pietro Sambo, poliziotto caduto in disgrazia e alla ricerca dell’occasione per redimersi…ai suoi occhi e agli occhi ironici e spietati dei veneziani. Il Turista è più di un libro, è un conto alla rovescia, uno specchio per la coscienza di Sambo e, perché no, un po’ per quella di tutti noi.

Lì aveva perso il senso della misura. Non aveva capito di non essere fatto per giocare senza rispettare le regole.

La sfida, Norman Mailer

FILE - This is a Sept. 22, 1974 file photo of Zaire's President Mobutu Sese Seko, center, as he raises the arms of heavyweight champ George Foreman, left, and Muhammad Ali, right, in Kinshasa, Zaire. It was 40 years ago that two men met just before dawn on Oct. 30, 1974, to earn $5 million in the Rumble in the Jungle. In one of boxing's most memorable moments, Muhammad Ali stopped the fearsome George Foreman to recapture the heavyweight title in the impoverished African nation of Zaire. (AP Photo/Horst Faas, File)
Una rara immagine che ritrae, il  22 settembre del 1974, il presidente dello Zaire, Mobutu Sese Seko, al centro, intento a posare con il campione del mondo dei pesi massimi, George Foreman, e lo sfidante, Muhammad Ali. L’incontro, oramai leggenda, si disputò il 30 ottobre ed è meglio conosciuto come Rumble in the Jungle.

Provate ad immaginare uno scrittore, appartenente alla corrente della Beat Generation nonché vincitore del Pulitzer, inviato nel cuore dell’Africa nera, lo Zaire già Congo belga, impegnato a raccontare un match di pugilato. Immaginatelo alle prese con gli umori, i colori, il senso del sacro e del magico, le contraddizioni e le miserie che aleggiano negli abitanti, sul suolo e nei vapori delle acque africane. Ecco, La sfida di Norman Mailer è la narrazione, per nulla scontata, di un evento sportivo, la sfida tra George Foreman e Muhammad Ali per il titolo di campione del mondo dei pesi massimi, arricchita dalla prosa sapiente, e ricca di sfumature, di uno scrittore tra i principali della letteratura americana del secondo dopoguerra.

Era stata la sua scelta fin dall’inizio [di rimanere poggiato alle corde] e si trattava dell’opzione più pericolosa a sua disposizione. Perché finché Foreman era in forze, restare alle corde era sicuro come correre in monociclo su un parapetto. Ma d’altro canto, cos’è il genio se non equilibrio sul bordo dell’impossibile?

 

 

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