Juventus Argentinos Juniors, vincere la Coppa Intercontinentale a Tokyo.

10850268_812894282090709_8884602603270672517_n Correva l’anno 1985, era l’8 dicembre, e la Juventus giocava a Tokyo la seconda finale della sua storia della Coppa Intercontinentale. Già, la seconda, poiché la prima il club torinese la disputò, perdendola per uno a zero a Roma, nel 1973 contro gli argentini dell’Independiente. Finale che avrebbero dovuto giocare, in realtà, gli olandesi dell’Ajax, campioni d’Europa in carica, solo che questi si rifiutarono di disputare per ragioni economiche. Insomma, era troppo costoso organizzare materialmente la trasferta per partecipare all’evento, ritenuto perlopiù secondario e di scarso prestigio Il calcio come fenomeno business era ancora di là da venire.

Insomma, la Juventus arrivava a giocare la “sua” finale della Coppa Intercontinentale dopo aver vinto in primavera la Coppa dei Campioni nella tragica notte dell’Heysel. La sfida avrebbe contrapposto i bianconeri ai campioni del Sudamerica, quell’Argentinos Juniors guidato in campo dal talento bizzoso di Claudio Borghi, promessa che rimase tale del football argentino.

Rivedere oggi le immagini di quella partita, sfizio che mi concedo puntualmente ogni otto dicembre, significa evocare e riportare alla luce le medesime emozioni di fanciullo che ho provato quasi trent’anni fa. Peccato che anno dopo anno la distanza dall’evento, che inesorabilmente non accenna a rallentare, trasfigura la medesima in una cosa altra. In un racconto, una favola, narrata per immagini. Un film. Pare smarrita la realtà cruda e pulsante dell’evento, che lascia spazio ai ricordi e alle nostalgie del tempo andato. Le maglie dei giocatori, non iper aderenti e di normale tessuto…la numerazione, la classica dall’uno all’undici…nessuna cresta in campo e nessun tatuaggio…eppure lo sport è quello, sempre quello. Un pallone che rotola e corre da una parte all’altra del campo, ventidue giocatori pronti a sfidarsi per alzare al cielo un trofeo. E poi il duello, tutto fatto di arte e fraseggi fra Platini e Borghi. E la magia di Laudrup per la rete del pareggio della Juventus. Scirea e la sua bellezza e pulizia in campo. Cabrini e le sue corse a perdifiato. Bonini mille polmoni. Mauro e le sue serpentine sulla fascia sinistra. Il centravanti Serena. E i rigori finali, dopo 120 minuti al cardiopalmo. Le parate decisive di Tacconi e la trasformazione finale di Platini. La coppa al cielo e il tripudio bianconero. Campioni del Mondo per club.

In mezzo a tale ordalia, la magia del calcio. Per dirla con la prosa di Osvaldo Soriano Il calcio è dubbio costante e decisione rapida e allora pare di vedere oggi Platini che stoppa il pallone di petto sugli sviluppi di un’azione d’angolo. La palla che si alza al cielo e l’idea che si materializza. Sombrero ai danni del suo marcatore e sinistro al volo sul palo lungo del portiere. Palla che si insacca alle spalle dell’estremo argentino. Magia ed opera d’arte. Che però non comparirà mai nel tabellino della partita. Rete annullata dall’arcigno arbitro tedesco Roth per un mistero che rimarrà eterno…gioco pericoloso di Platini? Fuorigioco di Brio? Di Serena? Mistero buffo. Rimarrà, e per sempre,  il goal non goal più bello realizzato dal francese. Un’emozione che non smetterà mai di scuotere l’animo. La bellezza non si annulla. Si contempla. La Juventus vincerà la Coppa e nella tarda primavera dell’anno seguente il campionato, il ventiduesimo. Verrà eliminata nella semifinale della Coppa dei Campioni dal Barcellona. Saranno le ultime pagine della gloriosa epopea del Trap e della Juve vincente, prima dell’avvento dell’era Lippi. Ma questa è un’altra storia, l’otto dicembre rimarrà per sempre Juventus Argentinos Juniors. 8 dicembre 1985.

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