Se questo è un uomo 2.0. Je m’appelle Abou. 

  

Se questo è un uomo, versione aggiornata per l’umanità globale – ma poi non tanto – del Ventunesimo secolo. Un’immagine che racconta più di mille parole vuote, di qualsivoglia saggio inutile e ampolloso. Parlarsi addosso mentre un continente intero, l’Africa, crolla nella disperazione di uomini e donne ed esonda verso l’Europa alla ricerca di una speranza. Un’immagine che è anche radiografia impietosa della disperazione e dell’ignavia della nostra società. Un bambino africano – Abou – rannicchiato in posizione fetale, come nel grembo della madre, all’interno di un trolley – si, quello che usiamo per i viaggi di lavoro o le vacanze – raccolto al posto di indumenti e beauty per fuggire al non futuro e cercare un pezzo di domani in Europa. Otto anni. Un bambino. Nulla più. Che, per sfuggire alla disperazione…beh, l’immagine è un pugno forte, diretto, allo stomaco dei sentimenti. 

Non importa il dove – in questo caso Ceuta, enclave spagnola in Marocco sul suolo africano –  la storia – un padre che paga una ragazza di diciannove anni perché eluda il controllo delle autorità per fare entrare in Spagna ovvero in Europa il figlio – non importa nemmeno che il padre – di passaporto ivoriano – viva alle Canarie con un regolare permesso di soggiorno. La nuda cronaca si smarrisce e perde di importanza e senso di fronte ad un bambino che si tramuta in oggetto. E la nostra coscienza è come anestetizzata – assuefatta – di fronte all’orrore. Siamo saturi, immuni all’empatia nei confronti degli ultimi della Terra. Barconi che affondano nel Mediterraneo, la contabilità della morte e dell’orrore che si smarrisce…numeri che perdono di senso…siamo oltre. È già il post Apocalisse narrato da McCarthy?! 

In tutto ciò il Titanic affonda e noi?! Tristi maschere con il trucco che si va sciogliendo, balliamo e beviamo e cantiamo come nulla fosse. Ma a bordo del transatlantico ci siamo anche noi e, come scrisse il poeta…

Per quanto vi crediate assolti siete per sempre coinvolti.

Canzone del Maggio, Fabrizio De André. 

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