Next, Alessandro Baricco.

Baricco NextUn piccolo libro, una guida agile che cerca di capire e di raccontare le contraddizioni – economiche, etiche, morali – che scuotono le coscienze dell’uomo di fronte a quel fenomeno che va sotto il nome generico di globalizzazione. Domande, tentativi di fare chiarezza senza preconcetti e possibili risposte che – a me – piace definire come risposte aperte, ovvero plausibili ma – al contempo – passibili di essere contraddette e riformulate…per una verità sempre cangiante e mutevole come le nuvole che si rincorrono nel cielo e i mille e mille colori che caratterizzano i paesaggi che ci circondano e che sopportano le follie e le vittorie e le sconfitte dell’essere umano.

Next nasce all’indomani dei tragici fatti dell’11 settembre. L’attacco al World Trade Center di New York , il cuore pulsante del sistema globale ferito, mutilato, fatto scempio dal furore di una frangia, quella del fondamentalismo islamico, irriducibile nemico della globalizzazione economica e culturale del Satana occidentale.  In quel frangente, Baricco scrisse quattro articoli che vennero pubblicati su Repubblica. Gli scritti si trasformarono poi l’anno seguente in un piccolo saggio rielaborato per l’occasione. Un saggio sulla “globalizzazione” scritto da uno che di mestiere fa lo scrittore – e che scrive storie, per lo più – a differenza della maggioranza dei testi sull’argomento, appannaggio per lo più di politici o di lobbisti. Un uomo, per questo, più libero – forse – sicuramente meno condizionabile dai lacci e lacciuoli di interessi e dinamiche di potere alcuni.

Ecco, la “globalizzazione”. Un’etichetta appiccicata ad un processo economico e politico. Tanto quanto il mito del vecchio West per i coloni americani nel XIX secolo. Uno spazio libero, senza apparenti confini, disponibile ad essere conquistato dai più intraprendenti e coraggiosi. Un’ipotesi, che per diventare reale aveva però bisogno di un artificio. Che tutti si convincessero che quello era ciò che li attendeva. Ineluttabilmente. La storia con la maiuscola era lì dinanzi a loro, a noi. Ed ecco che un ipotesi, un sogno, per altri un incubo, diventa realtà grazie all’agire dei coloni – allora – e , in questo ultimo ventennio, all’opera di delocalizzazione realizzata dal mondo imprenditoriale e dalle nuove consapevolezze dei cittadini/consumatori o, se preferite, consumatori/cittadini.

In un certo senso era necessario che l’immaginazione collettiva saltasse al di là dei fatti, per poi tirarseli dietro.  Quel salto nell’immaginario, ha un nome, globalizzazione. Il nostro West.

La globalizzazione è un paesaggio ipotetico, fondato su un’idea: dare al denaro il terreno di gioco più ampio possibile. Chi ha inventato quel paesaggio, e chi lo sponsorizza ogni giorno? Il denaro. Quello dei grandi capitali […] ma anche il nostro [..] di chi lavora normalmente e si accorge […] che la struttura in cui lavora sta spingendo verso la globalizzazione […].

E gli effetti di questo patchwork di assurdità? I benefici – innegabili – generati dalla “globalizzazione” – la velocità nella circolazione delle idee tramite la Rete, il superamento di obsoleti e sanguinari nazionalismi, la pace e la democrazia assunti come valori fondanti dell’umanità, i diritti per i minori e le donne riconosciute soggetti paritari in tutto e per tutto all’uomo. Tutto bene, tutto giusto. Ma quanto costa tutto ciò? Chi paga? Il denaro, nuovamente. Che deve essere tanto, quasi illimitato, per generare una rivoluzione di tale portata. Rivoluzione allo stesso tempo del sistema produttivo – economica – quanto etica e morale. E come se si fosse realizzata una fusione tra la rivoluzione francese del XVIII secolo e la rivoluzione industriale. Carbone e libertà e fraternità e uguaglianza. Tutto insieme, allo stesso tempo. E la maionese che rischia di impazzire. La risposta? Buttare via tutto, come suggeriscono i suoi oppositori. O, come suggerisce Baricco, piuttosto usare in modo diverso i mattoni su cui è stata eretta questa “globalizzazione”, che ci piace ma anche no.

Come costruire qualcosa se buttiamo via gli strumenti per farlo?

[…] i grandi brand sono una minaccia, e l’omologazione culturale è un rischio reale: ma il mondo che dovrebbe soffrirne non è così monolitico, indifeso, irrigidito come si pensa.

Come fare? Certo non passando attraverso la difesa dello stato presente delle cose e nemmeno aggrappandosi ad una nostalgica volontà di ritorno al passato, come sempre utopia tra le utopie. E allora? Una “globalizzazione pulita” che passa attraverso uno scippo. Si, un furto. Sottrarre il sogno ai banchieri e alla finanza, i primi motori della 2globalizzazione” e realizzare una globalizzazione altra e più alta. Iniziare a sognare al posto loro. Una risposta possibile, quella fornita da Baricco. Aperta. Bella.

[…] il bisogno che il mondo accetti di pensare il futuro, senza pregiudizi, e sia disposto a smettere di difendere un presente che già non esiste più.

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