Pantani era un dio, Marco Pastonesi.

pantani-era-un-dio-libroImmaginate per un istante, uno solo, di trovarvi a New Orleans…siete seduti su di una panchina, leggete un libro, ma sentite, dapprima in lontananza e poi sempre più vicino, uno strano vociare. E il canto, allegro e tumultuoso, che si alza da una banda che accompagna un corteo funebre.  Un coro a più voci che lancia – e disperde – nell’aria le sue parole d’amore e di pietà e di dolore per chi già non c’è più…colui che è andato oltre o, semplicemente, è un ricordo nel cuore e negli occhi degli uomini che oggi lo accompagnano e vegliano per l’ultima volta.

Ecco, il libro di Marco Pastonesi, giornalista e firma del ciclismo e del rugby alla Gazzetta dello Sport, è un concerto a più voci, in cui i coristi narrano le vicende epiche del dio mortale Marco Pantani. Ed è un andare, tra le pagine che si rincorrono, ai colori e sapori e profumi della Romagna e dell’infanzia, ai racconti degli amici – compagni e dirigenti sportivi – del suo essere campione dei pedali. L’eritropoietina e il doping, le vittorie e le sconfitte. Epiche e tragiche, tanto le prime quanto le seconde.

E poi l’uomo Marco Pantani. Cogliere alcuni aspetti del suo carattere, provare a mettere a fuoco i tormenti di quell’omino alato. Figura al contempo buffa e tragica. Timido e riservato, fragile e insicuro, travolto dal personaggio mediatico Pantani e incapace di sopportarne il peso al momento del crollo. E la via di fuga che in realtà è una condanna. Definitiva e senza appello. La cocaina, l’inabissarsi inesorabile di un giovane uomo in una assordante solitudine. I tentativi di sopravvivere a se stesso. Cercare la bicicletta per provare a se stesso di essere vivo. Di poter gestire la depressione angosciante che lo tormenta. Ma niente, nulla da fare, il male oscuro che lo divora dentro lentamente lo porta via, al largo, come i pescherecci che prendono il mare la notte nella sua Cesenatico.

Gli ultimi giorni di Marco Pantani sono quelli di un uomo solo, in fuga, come tante volte gli è capitato in bicicletta. Ma questa volta non si tratta di una salita, il Galibier o Montecampione e a fare da cornice una marea di folla festante, ma una discesa a perdifiato nel tunnel dell’orrore. Fantasmi, allucinazioni. Travolto dal dolore, dalla rabbia, dalla dipendenza provocata dalla cocaina. Pasticche di antidepressivi come fossero caramelle per far contenti i bimbi. E, all’orizzonte, un traguardo da tagliare e raggiungere, l’ultimo. La morte. Il 14 febbraio, festa degli innamorati, Marco – il Pantadattilo, nella celebre definizione di Gianni Mura – ha chiuso le ali. Per sempre. Travolto dalle sue paure, dalle sue dipendenze, un uomo fragile e – infine – sconfitto.

Io penso che Pantani è stato vittima di un cocktail in cui si può mescolare di tutto, ma l’ingrediente principale resta la sua mancanza di forza. Pantani s’è perduto e non s’è ritrovato perché non poteva ammettere una semplice ma pesante verità. Fatta non di congiure, di complotti, ma di un prelievo di sangue maggiorato. Certo non era la sola pecora nera in un gruppo di pecore bianche. Ma è stato una pecora nera che non riconosceva neppure per un attimo di essere nera, un dio tirato giù dal cielo. Il Pantadattilo ha chiuso le ali, Gianni Mura, la Repubblica, 16 febbraio 2004.

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