Una partita mai giocata, Juventus Liverpool. 

Michel Platini al cinquataseiesimo minuto realizza il goal della vittoria.

29 maggio 1985. Oggi. Al termine di una giornata eterna la sera, finalmente, si annuncia nel nostro soggiorno. I colori del tramonto mutano lentamente le sfumature che ornano la carta da parati. I grilli iniziano a frinire nel prato, dietro casa. Il profumo del fieno, da poco tagliato, culla i miei pensieri. Tra pochi minuti si giocherà una partita di pallone”importante” per la mia Juventus. Ebbene si, sono un piccolo tifoso juventino…fede calcistica adottata dal ramo materno della famiglia, dall’altra parte quasi tutti granata. Comunque è una finale. Una cosa grande, che fa battere il cuore più forte, più veloce. Ignoro un sacco di cose, che poi imparerò a memoria. Per esempio il nome della manifestazione, Coppa dei Campioni. E ancora, che sia la terza occasione in cui proviamo a vincere la coppa, su cui pare gravare un maleficio per la nostra squadra….ho otto anni. Ignoro e ignorerò per molto tempo ancora le brutture del mondo. Però so che si tratta di una cosa grande, importante. Da trattenere il fiato e nemmeno fare a caso alle portate servite in tavola per la cena. La partita. Nulla più.

29 maggio 2015. Oggi. E i ricordi sfumano e si fanno nitidi al contempo. Ora che sono trascorsi trent’anni provo a ritornare a quella sera. Il televisore, un vecchio Philips senza telecomando ma a colori, era sintonizzato su Rai 1 per vedere l’evento. E la partita non inizia. Le immagini, perché sono quelle più impresse nella mia memoria, mi rimandano i tifosi della Juve sulla pista di atletica dello stadio. Li riconosco dai colori della sciarpe, dalle maglie che indossano, dagli striscioni. Hanno sfondato le recinzioni. Sembra un film. Mi sembra di aver visto lanciarazzi e pistole. Lacrimogeni e gas. Poliziotti a cavallo. Manganelli. Sangue per terra. Fantasia o realtà?! E poi le immagini, almeno così ricorda la mia memoria, trasmettono il volto di Scirea, il giocatore più importante della squadra, mentre leggeva un comunicato trasmesso dall’altoparlante. La sua voce lontana. Mi pare invitasse alla calma e dicesse “giochiamo per voi”. E poi mia mamma che mi porta a dormire. Era tardi, il giorno dopo c’era scuola. Era l’ora della nanna. Aveva capito la gravità della tragedia che si stava consumando davanti ai nostri occhi e ricorse alla scusa sempre buona. È tardi, domani si va a scuola. Ecco, per me, Juventus Liverpool non si è mai giocata. Non ho visto Boniek correre verso l’area di rigore avversaria. Il fallo e il non rigore a nostro favore. La trasformazione impeccabile di Platini, il mio idolo ed eroe dei tempi. La sua gioia e la sua corsa. Il triplice fischio dell’arbitro. Una coppa alzata al cielo. Giusto, sbagliato. Tutto si tiene, nella tragedia come nella vita. Stadio Heysel, era il Belgio dove vivevano gli zii e la cugina della mamma, emigranti. Lo zio di mamma, fratello di mio nonno, partito per lavorare…minatore…il Belgio. È una partita che non si è mai giocata, almeno per me. Trentanove morti ammazzati. Trentanove croci. Nulla più.

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