I Re di Roma, Lirio Abbate e Marco Lillo.

I Re di Roma, destra e sinistra agli ordini di mafia capitale.
I Re di Roma, destra e sinistra agli ordini di mafia capitale.

Raccontare I Re di Roma di Lirio Abbate e Marco Lillo, edito da Chiarelettere, equivale a fare un viaggio nell’Italia contemporanea. Non quella delle meraviglie architettoniche, artistiche e paesaggistiche che caratterizzano il nostro straordinario belpaese, no…semplicemente vuol dire raccontare il funzionamento della macchina pubblica – nelle sue varie articolazioni territoriali – e che vanno dal più piccolo comune inerpicato su per i monti alla Capitale del Paese. Ecco, Mafia Capitale è la rappresentazione plastica del degrado dell’amministrazione della cosa pubblica, degradata a semplice macchina per fare soldi a fini personali. Se possibile, ancor peggio dell’uso che se ne faceva nella tanto vituperata Prima Repubblica, quel malcostume che prevedeva la spoliazione della ricchezza pubblica al fine di finanziare i partiti politici e le varie correnti in cui questi si componevano. Correnti di malaffare e di potere, che poco avevano a che vedere con sensibilità culturali e programmatiche differenti.

Ecco, Mafia Capitale è oggi soprattutto l’atto di coraggio di due bravissimi giornalisti e dell’opera della magistratura e delle forze di polizia, anticorpi sani di un Paese infestato da virus purulenti duri a morire, come quasi tutte le peggio abitudini italiche. I nomi dei virus? Massimo Carminati, il nero – politicamente parlando – e a capo dell’organizzazione criminale e mafiosa, detto er cecato a causa di un occhio perso durante un conflitto a fuoco durante una rapina, quello che

…e allora vuol dire che ci sta un mondo…un mondo in mezzo in cui tutti si incontrano e dici cazzo come è possibile che quello…[…] anche la persona che sta nel sovramondo ha interesse che qualcuno del sottomondo gli faccia delle cose che non le può fare nessuno […].

E poi, ancora, Salvatore Buzzi, il rosso, il businessman dell’organizzazione, quello che

Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno.

L’uomo della cooperativa 29 giugno, un colosso nel campo della cooperazione sociale. Un colosso che si spiega con i numeri: 1200 occupati e 60 milioni di fatturato all’anno. Un uomo potente, uno dei Re di Roma…le gare per gli appalti del Comune di Roma e della Regione Lazio, quelli grossi e appetitosi economicamente parlando, lo vedono sempre tra i protagonisti. Strategie per avvicinare politici e tecnici delle amministrazioni, sondarne gli umori, trovare il prezzo per la loro infedeltà, metterli a libro paga e poi sfruttarne i favori vincendo gare d’appalto milionarie. Ecco Mafia Capitale. Ed eccola all’opera citando il caso, uno fra i tanti, di Luca Odevaine, pezzo grosso dell’amministrazione capitolina, a libro paga della mafia capitolina con un bonifico mensile di 5000 mila euro. Odevaine, membro influente del Tavolo di coordinamento nazionale sull’accoglienza per i richiedenti e titolari di protezione internazionale, si è adoperato nel tempo ad indirizzare i flussi di migranti verso i centri gestiti dalle cooperative di Buzzi. In breve, il Ministero dell’Interno mette a disposizione dei fondi per i Comuni interessati dalla gestione dei flussi migratori. A loro volta, i Comuni in questione appaltano l’opera di assistenza a consorzi, cooperative sociali e onlus. Ed il gioco è fatto. Il caveau è aperto, soldi a portata di mano e pronti ad essere riciclati e reinvestiti in altre attività criminose. Corrotto il politico di turno, senza distinzione di appartenenza partitica, ecco i soldi, e tanti, da spartirsi.  La tragica consuetudine di sfruttare l’emergenza a fini di arricchimento personale, spogliando di risorse economiche e morali il Paese…brividi, e sembra di sentir riecheggiare la gioia di avidi imprenditori che festeggiavano sui morti e sulle macerie fumanti del terremoto dell’Aquila i futuri introiti.

L’Italia, un Paese da raccontare nelle sue pagine peggiori perché ne sono profondamente innamorato. Un Paese da mondare, da ripulire in profondità per trasformarlo in risorsa preziosa, tanto per noi che ci viviamo e quotidianamente sbattiamo la faccia conto le sue inadeguatezze quanto per il progetto di Europa e di futuro ancora tutto da scrivere.

Ecco, raccontare I Re di Roma è anche, soprattutto, rendere un omaggio a due giornalisti coraggiosi che nel cercare di raccontare una verità scomoda al potere, come quasi purtroppo sempre è la verità, hanno messo e mettono a repentaglio la loro vita e quella dei loro cari. Perché in Italia, oggi, è bene ricordare che svolgere il mestiere del giornalista d’inchiesta vuol dire – ancora e purtroppo – esporre la propria persona e i propri cari al pericolo delle minacce e delle possibili ritorsioni. Vuol dire svolgere la propria mansione sotto scorta. In Italia, oggi.

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