Manca sempre una piccola cosa, Alessandro Defilippi. 

AlessandroDefilippi

Ci sono libri che vanno letti come bibite ghiacciate. Al bisogno, accompagnati da bibite ghiacciate. Letture fulminee, i tempi sono fondamentali nella lettura, e servono per placare come un’ansia, una passione immediata e, per lo più, fugace. Bruciano e, in qualche modo, vanno disinnescati…oppure, al contrario, alimentati nel fuoco e nella passione. Altri, invece, richiedono pazienza, vanno corteggiati come una donna, hanno i tempi dell’amore. Lenti, come un treno che si inerpica per una valle di montagna, sbuffano e piano piano ti mostrano le magnificenze delle vette…ti guidano, per vie inesplorate fino ad allora, all’educazione dei sentimenti. Ecco, per apprezzarli pienamente, fateli decantare come un Barbaresco d’annata…le sfumature, gli aromi, vanno assaporati lentamente…il tempo della lettura, in questo caso, è lento e sinuoso. Bisogna farsi permeare dallo scritto, assaporare le parole.

Ecco, Manca sempre una piccola cosa, opera del torinese Alessandro Defilippi, è un romanzo di formazione. Il racconto di un cammino per i meandri della vita, di incontri e fughe, di scelte e ritorni. Di un’amicizia. Se uno dovesse indicare l’elemento caratterizzante dello scritto, non esiterei ad indicarlo nell’accettazione della sofferenza. Una progressiva presa di coscienza che porterà il protagonista, Giorgio Aguirre, a scoprire come nella vita, la sua come la nostra, non ci si può mettere al riparo dal dolore. Aggiungo, neanche possiamo permetterci di metterci al riparo dal dolore, fuggire ad esso, pena procurarsene uno

 [..] maggiore e inconsapevole.

Ecco, invece, come più avanti nel testo ben comprenderà Giorgio

[…] le cose ti vengono addosso lo stesso, come se avessero le rotaie, come un tram.

Non c’è fuga possibile e giungere alla comprensione che la vita, quella vera e piena e vissuta, è inestricabilmente avvinghiata alla sofferenza è il compimento di noi stessi, della nostra persona. È nascere una seconda volta, è diventare adulti.

Che tutto questo era bene e senso e bellezza e infinito ondoso oscillare delle cose e delle vite che nascevano, tradivano, si spegnevano, soffrivano fino alla nausea d’esser vive e subito imploravano tremanti un giorno ancora, un’ora, un impercettibile frammento di tempo, sino al compimento […].

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