Una vita

 

È così triste essere bravi: si rischia di diventare abili. Jep Gambardella

Attendere. Aspettare. Il tempo che scorre e nulla trattiene, nulla tranne una sensazione. Non sapere di, ma attendere. Da sempre. E l’attesa che si trasforma in fatto cosciente, intellegibile ai sensi. E tutto portava inesorabilmente a quella luce. Erano i suoi occhi, il suo sguardo. Nella sua timidezza, una fra le risposte che andava cercando. Allora, e solo allora, si accorse di quello stato d’animo. Del suo turbamento. Di un’attesa che tale non era più, non lo sarebbe stato più. Mai. Era dolore, vero, e sarebbe stato dolore. Da lì a venire per anni. Una vita.
Il motivo? Ignoto. Non era nemmeno la curiosità di un corpo da scoprire, un desiderio da appagare. Sapori e gusti che turbano l’adolescenza e spalancano la vista sull’adultità. E nemmeno l’arsura di una febbre che non trovava requie. Era il pensiero di lei. Null’altro. E pensare che non sarebbe più fuggita dalla sua mente. Sì, sarebbe mutata. Questo sì, poteva concederlo e, in parte, contribuiva a metterlo al riparo dal marchio della colpa. Una lacerazione dell’anima, della sua anima, che si sarebbe lentamene cicatrizzata. Trasfigurata, ecco, in un ricordo di una stagione. Ma ci sarebbe stata, da adesso, e per sempre, e non sarebbe più venuta meno alla sua promessa, quella promessa di esserci, anche se quella promessa, come molte altre, sarebbe stata infranta dai fatti della vita. Lei gli apparteneva perché in lei aveva visto materializzarsi il suo bisogno di felicità. Nel suo sorriso triste, la sua tristezza. Nella sua effimera leggerezza la sua leggerezza, effimera.

Ora lo sapeva, nulla ormai lo avrebbe protetto dal suo passato.

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