L’Avversario, Emmanuel Carrère


L’Avversario è un libro che racchiude in sé narrazione d’indagine, cronaca giudiziaria e ricerca di senso. Un melting pot affascinante, invero ben riuscito, in cui l’autore si cimenta dopo esser venuto a conoscenza di un terribile, indicibile, fatto di cronaca accaduto nella Francia dei primi Anni Novanta. Il protagonista, Jean-Claude Romand, padre di famiglia e buon borghese, temendo di veder crollare l’universo di menzogne su cui aveva costruito la sua vita e – peggio dal suo punto di vista, dover patire le conseguenze dell’osceno – si decise ad uccidere la moglie, i due figli, il padre e la madre. 

Un libro che rende la sensazione doppia, ambivalente e inquietante, di assistere, al contempo, ad una rappresentazione teatrale, una commedia dell’equivoco in cui il protagonista indiscusso è Romand, e, dall’altra, di precipitare in un obitorio sotterraneo di un’istituto di medicina legale e di assistere all’autopsia di cadaveri morti innocenti. Pagine, queste, in cui le sensazioni dominanti sono paragonabili alle luci bianche e fredde dei neon, odori dei disinfettanti, mentre pare di assistere al lavoro certosino di chi incide i tessuti dei morti…di cui sfuggono i volti, i colori, il tono della voce…paiono quasi confondersi e perdersi nell’immane tragedia che li ha strappati alla vita. 

Un uomo, Romand, al cui interno il vuoto e la menzogna hanno lentamente scavato e corroso i principi morali che sono alla base del vivere sociale. A dominare è la personalità di un uomo senza carattere alcuno e incapace di provare sentimenti – Galimberti parlerebbe di educazione sentimentale –  abituato unicamente ad elaborare gli stimoli eterni e programmato a reagire adeguatamente, in maniera consona…ed ecco il mio buon borghese…alle attese che tali stimoli provocavano in lui. Un robot. L’assenza dell’umano e dell’umanità nell’uomo, in cui l’atto – l’omicidio – sostituisce la parola – la verità – quando questa ormai stava per diventare prossima, necessaria. Un’ultima, fatale, fuga dall’assunzione di responsabilità, da quel carattere che contraddistingue, tra gli esseri umani, la condizione dell’adultità. 

Di norma una bugia serve a nascondere una verità, magari qualcosa di vergognoso, ma reale. La sua non nascondeva nulla. Sotto il falso dottor Romand non c’era un vero Jean-Claude Romand. 

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