Pasquale Chessa e Barbara Raggi, L’ultima lettera di Benito

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Una storia d’amore, di sesso, di politica, di guerra…al fondo di tutto una tragedia, personale e di tutto un Paese. Ecco i temi che emergono dal carteggio intercorso tra Claretta Petacci e Benito Mussolini, il Duce del fascismo italiano, durante la stagione di Salo’ e custodito nei faldoni del fondo Petacci. Le missive di Mussolini sono 318 mentre quelle della Petacci sono centinaia, non tutte spedite all’amante, e raccontano la storia di Clara e Ben senza filtri e mediazioni, se non quelli adoperati dagli stessi protagonisti. Nello scorrere del tempo crepuscolare sulle sponde del lago di Garda, si dipana un action movie in cui alla passione si mescolano gelosia, tradimenti, minacce di suicidio e la comprensione via via più nitida in Mussolini tanto della fatuità della sua repubblica, ostaggio dei veri detentori del potere…i plenipotenziari di Hitler in Italia, quanto della solitudine di un uomo privo di ogni via di fuga…tradito dai tedeschi, che trattavano la resa con i partigiani a Milano mentre lui cercava ancora una soluzione politica purchessia…tradito dal Generale Franco, il caudillo spagnolo che nego’ al Duce il riparo in Spagna e tradito, a suo dire, da una Nazione e da un popolo intero. Se si tratto’, per Mussolini, di una fine ineluttabile, non altrettanto si puo’ dire per Clara e che divento’ tale, tragica morte e ludibrio osceno, solo per amore e riconoscenza nei confronti di un uomo che gli aveva dato in cambio una coscienza, di donna italiana e fascista. Se per Mussolini poteva, almeno in cuor suo, esserci uno spazio, anche politico, dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale, al contrario, per Clara, non poteva esserci orizzonte senza Ben…e poi furono solo più Dongo e piazzale Loreto.

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Margaret Mazzantini, Mare al mattino

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Una madre ed un figlio in fuga dalla Libia arsa dai fuochi della recente guerra civile…una madre ed un figlio al di qua del mare, abitanti dell’isola meta dei fuggitivi impegnati a cercare riparo da quel lembo di terra chiamato Nord Africa, bomba umana e umanitaria… Esuli entrambe le coppie, la prima strappata dalla sua quotidianità nel 2011, dalle truppe lealiste e sanguinarie fedeli a Gheddafi…la seconda, gli Taliani – così chiamati con disprezzo dai libici – esuli a loro volta anni prima, quando la mamma – Angelina – con la sua famiglia furono scacciati dalla loro casa e affetti a causa della vittoria della rivoluzione verde del Rais..umanità perduta, irreparabilmente e irrimediabilmente perduta…la vita che viene strappata e il pensiero di riportarla sempre a quel punto…cercarsi e cercare quel tempo andato e una ferita che non si cicatrizza e che durerà una vita intera…o, più tragicamente, una traversata di mare senza speranza…

Alessandro Baricco, Mr Gwyn

20111123-180623.jpgQuando la lettura di un libro ti permette di spalancare le porte oscure dentro di te…e di riportarti a casa…sarà tuo per sempre. – Jasper Gwyn diceva che tutti siamo qualche pagina di un libro, ma di un libro che nessuno ha mai scritto e che invano cerchiamo negli scaffali della nostra mente. Mi disse che quello che cercava di fare era scrivere quel libro per la gente che andava da lui. Le pagine giuste. Era sicuro di poterci riuscire.

Edoardo Nesi, Storia della mia gente

20111024-173615.jpg La lettura del romanzo di Nesi racconta gli anni grigi di questo ultimo decennio, visti dalla prospettiva di un giovane imprenditore toscano, un tessitore di Prato. Ed ecco allora il disgregarsi, lo sfilacciarsi lento ma inesorabile del sistema produttivo manifatturiero pratese che diventa emblema del lento ammaina bandiera che ha caratterizzato l’ industria manifatturiera italiana. La storia autobiografica della famiglia Nesi, tre generazioni di imprenditori tessili, si interseca con la storia industriale italiana e con il suo attuale triste epilogo….i cinesi che soppiantano la tradizione pratese, l’abbattimento dei costi di produzione come irreparabile condanna di tutto un tessuto produttivo e sociale, la fine di un’epoca. Ecco, il libro di Nesi potrebbe intendersi tanto come un poema sui destini di una famiglia e di una terra quanto come un trattato di storia dell’industria o, più precisamente, dei danni collaterali prodotti dalla globalizzazione senza regole imposta dalle istituzioni sovranazionali. Una famiglia, la sua terra, la macroeconomia e le sue leggi spietate…storia della mia gente, storia anche d’Italia.

Il talento dei riformisti, Moni Ovadia.

da l’ Unità del 03.09.2011.

[…]. La sua colpa, per me la più grave, era la subordinazione all’egemonia sottoculturale della peggiore destra della storia repubblicana, la più becera e populista. La campagna di Penati [candidato del centrosinistra alle scorse elezioni regionali in Lombardia]  fu all’ insegna di una caricatura del leghismo, contro i rom, a favore delle ronde, con ammiccamenti all’islamofobia che mandavano in sollucchero la divina Santanché musa della destra più cazzuta. […].

Moni Ovadia, l’Unità,  3 settembre 2011.

 

P.s: ho estrapolato una parte dell’ articolo di Moni Ovadia, pubblicato sul numero odierno de l’ Unità, perchè riassume con una lucida analisi il fallimento prima di tutto politico di un progetto che va sotto il nome di Partito Democratico.

La manomissione delle parole, Gianrico Carofiglio.

Al centro di questo saggio, risultato ultimo di una serie di sconfinamenti e di ricerche di senso che vanno dalla musica, alla poesia e alla politica, si trova l’ enunciazione fatta dall’ autore che ci ricorda come le parole abbiano il potere di produrre trasformazioni concrete e tangibili, in grado di cambiare il mondo ed il nostro vivere quotidiano. Ed ecco subito i pericoli, i perchè delle svariate ragioni che hanno portato nel tempo a far si che le parole siano state coscientemente consumate, deturpate, da usi impropri ed eccessivi con l’ intento di piegarle ai più beceri e turpi desideri, nonchè crimini di massa commessi in nome della libertà, della democrazia e della giustizia.

Fatta questa premessa, l’ autore disvela la necessità di manomettere, smontare, queste parole, moderno gioco del mecccano, per cercare l’ origine di tale malfunzionamento al fine di rimontarle perchè riprendano la loro opera vivificatrice nella storia dell’ umanità.

Le parole sono altresì la cartina di tornasole dello stato di salute di una moderna democrazia se, come afferma Gustavo Zagrebelsky,

il numero di parole conosciute e usate è direttamente proporzionale al grado di sviluppo della democrazia e dell’ uguaglianza delle possibilità. Poche parole e poche idee, poche possibilità e poca democrazia […].

Per contro, la povertà semantica ha come nefasta conseguenza l’ incapacità di interpretare, di dare forma, a stati d’animo di tristezza, fragilità e paura: sentimenti e sensazioni che permettono la manifestazione della violenza incontrolata, ormai unico rimedio e strumento per controllare e bilanciare questa perdita di controllo, o vuoto, rispetto alla realtà emozionale fuori e dentro di noi. E ci viene in soccorso il classico esempio dell’ altissimo numero di suicidi registrati a Tahiti, eventi dovuti al fatto che i tahitiani avevano sì parole per descrivere il dolore fisico ma non quello psichico. Ed ecco che nei casi in cui più virulento era il malessere psichico che solo l’ atto di violenza, diretto in questo caso verso se medesimi, permetteva di porre fine al cortocircuito emozionale dovuto, in ultima analisi, all’ incapacità di dare un nome, ovvero concretezza e confini delimitati, al problema.

Concludo, citando l’ autore medesimo:

La ragione di questo libro – a un tempo politica, letteraria ed etica – consiste nell’ esigenza di trovare dei modi per dare senso alle parole: e, dunque, per cercare di dare senso alle cose, ai rapporti fra le persone, alla politica intesa come categoria nobile dell’ agire collettivo.

Tiziano Scarpa, Stabat Mater.

Affrontare la lettura di Stabat Mater, romanzo di Tiziano Scarpa con il quale l’ autore veneziano ha vinto il Premio Strega nel 2009, è in realtà leggere un libro a più piani, stratificato ed al contempo denso. Mi spiego. La protagonista del libro, Cecilia, è una giovane adolescente, orfana dalla nascita e abbandonata all’ Ospedale della Pietà di Venezia dove, sotto la rigida guida delle suore, impara l’ arte della musica e apprende di possedere il talento innato per destreggiarsi con il violino.

La giovane di notte, sentendosi perduta nel buio e nel silenzio che tutto avvolge, si va a rifugiare in un anfratto dell’ Ospedale e lì, rannicchiata sull’ ultimo gradino, scrive lunghe ed immaginarie lettere. Quale il destinatario delle missive? La madre, mai conosciuta e per questo vagheggiata, cercata, odiata ed ancora rimpianta e , al tempo stesso, sempre alla ricerca di indizi sulla sua origine, di Cecilia, e su di un qualche elemento che potesse aiutarla a dipanare la matassa della sua storia familiare. Ed ecco i piani che si sovrappongono e si compenetrano. La storia di Cecilia e del rapporto non rapporto con la madre, l’ incontro con il nuovo maestro di musica dell’ Ospedale – don Antonio, ovvero Vivaldi – e, per il suo tramite, l’ incontro con la musica vera, da cui:

La musica è la cosa che più assomiglia a un’ idea pura.

Ovvero, volteggiando in maniera arrischiata tra Platone e Schopenhauer:

La musica è l’ idea fatta cosa fuori di noi.

Insomma, la musica di Vivaldi – compositore preferito dello Scarpa medesimo – si trasforma per Cecilia da stanco rito da riproporre sempre uguale ad altro…diventa energia, aria, che riempie i muscoli, i polmoni, il sangue e per questa via si impregna nella violoncellista che, a sua volta, con il suo talento è chiamata a darle forma e nuova vita…

Come conclusione, una suggestione per questi travagliati tempi in cui viviamo, un monito ed un invito…ecco la mia lettura di Stabat Mater:

Non bisogna lasciare che le cose accadano soltanto dentro di noi. Dobbiamo aiutarle a venire al mondo meglio che possiamo, ripensarle, riscriverle, suonarle diversamente.

Alessandro Baricco, Novecento.

« Negli occhi della gente si vede quello che vedranno, non quello che hanno visto. Così, diceva: quello che vedranno. »

Novecento è un monologo teatrale scritto da Alessandro Baricco, edito da Feltrinelli nel 1994. Il monologo venne interpretato, nel settembre del medesimo anno, al festival di Asti da Eugenio Allegri e con la regia di Gabriele Vacis.

A dire dello stesso Baricco il testo sta in bilico tra una messa in scena e un racconto da leggere ad alta voce, anche se a me piace definirlo semplicemente una favola, una ricca favola, di cui vale la pena leggere lo svolgimento e da cui è consigliabile farsi prendere per mano e lasciarsi cullare tra le note del piano e il movimento immobile dell’ immenso oceano. Un translatlantico, il Virginian, un periodo storico, la stagione fra le due guerre mondiali, un marinaio che trova un neonato sulla nave…un neonato a cui viene affibiato il nome di Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, un neonato che non sarebbe mai esistito per il mondo, mai nato per l’ agenzia delle entrate, per la chiesa, che non aveva patria, famiglia e cittadinanza.

Un neonato che diventerà ben presto un uomo dalla dote straordinaria di danzare con il suo pianoforte sull’ oceano in burrasca, il piano che scivola per la stanza con Novecento che suona una musica mai suonata, una musica risultante di tante musiche, di tutte le musiche del mondo, ascoltate dai passeggeri di terza classe e fusa in un unica armonia magica…perchè Novecento sapeva ascoltare la gente, comprendeva la vita dai loro volti e grazie ai loro occhi vedeva il mondo che essi avevano visto…empatia? Forse, magia…magia anche nel rifiuto di Novecento, il gran rifiuto di scendere a terra dal Virginian, il rifiuto che è il rifiuto di fronte all’ immane vuoto generato dall’ immensità del mondo, dalla sua non finitezza – azzardo, forse dalla sua insensatezza – al contrario dei tasti del pianoforte, e su una tastiera infinita non c’è musica che si possa suonare…la nave allora diventa la salvezza di Novecento perchè…

Non siamo pazzi quando troviamo il sistema per salvarci […].

La vita autentica ovvero Vito Mancuso e il “vero uomo”.

Accostare la lettura de La vita autentica di Vito Mancuso, docente di teologia moderna e contemporanea presso l’ Università San Raffaele di Milano, è operazione da affrontare con la giusta dovizia. Giusta dovizia poichè l’ autore, in questo breve saggio, si cimenta con la ricerca del “vero uomo”, la ricerca delle ricerche, e grazie anche ad una indubbia capacità stilistica avvolge il lettore nel suo pensiero, direi lo avviluppa, levandogli persino il respiro. 

Dicevo della ricerca del “vero uomo”, ricerca che parte dalla domanda che si pone l’ autore ovvero cosa fa di un soggetto “un uomo”, qual è la caratteristica che a volte, raramente mi permetto di aggiungere, ci fa sentire in presenza di un “vero uomo”? Ebbene, Mancuso, utilizzando per argomentare la sua tesi riferimenti e citazioni che rimandano a Platone, i classici greci, Gesù e Nietzsche, le scienze moderne, affronta un percorso che  mira a svelare l’ intima essenza dell’ uomo e, per l’ appunto, ciò che lo determina in quanto tale.

Eccoci quindi al centro del ragionamento, ecco disvelarsi di fronte a noi il concetto cardine del pensiero di Mancuso: la relazione. La relazione, ovvero vita di relazione, che sola permette a noi stessi di pervenire ad essere veri uomini e nella quale, la relazione, tutto va a precipitare, tutto trova la sua piena manifestazione concettuale e pratica. Allora anche termini perlopiù astratti, passibili di essere piegati a convenienza da religioni o etiche le più diverse – da il Nietzsche de La genealogia della morale al Gesù raccontato nei Vangeli – quali il bene, la verità, la giustizia, la libertà, ebbene tutte queste etichette si sostanziano, trovano vita, calore e sangue, nella vita autentica che è null’ altro e nulla più che vita di relazione.

La natura medesima di ogni soggetto, l’ Io, è determinata e costituita a priori dalla relazione e l’ individuo medesimo esiste in quanto frutto di relazione e delle sue relazioni. Relazioni ordinate e non sregolate, ordinate nel verso dell’ armonia e a questo proposito Mancuso chiama in causa la stessa genetica, la stessa legge inscritta nella nostra viva carne quando ricorda come solo le cellule germinali abbiano 23 cromosomi non disposti in coppia, al contrario di tutte le altre cellule, e ciò perchè solo per questa via è possibile che si congiungano con un’ altra cellula e possano fondere i cromosomi componendo una nuova unità vitale, un nuovo Io nato dall’ incontro, dalla relazione. 

A questo punto il pensiero di Mancuso si distende, le etichette di bene, verità, giustizia, libertà, dopo essersi rigenerate nella relazione e in essa aver trovato fondamento si elevano nuovamente a dare senso, il solo senso che nel cuore di ogni essere umano, in ogni uomo vero uomo, dovrebbero avere. Ed ecco che comprendiamo come l’ Antonio narrato da Shakespeare, posto di fronte al cadavere di Bruto suicidatosi poco prima, possa esclamare : ” Questo era un uomo !”.

“Considerate la vostra semenza:/ fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza”: Dante, La Divina Commedia. Inferno, canto XXVI, versi 118 – 120.

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