Volkswagen uber alles.

Notizia tra le notizie che fa bella mostra di se sulla prima del Sole 24 Ore odierno. Allora, il gruppo Volkswagen vista l’ottima performance realizzata nel 2011 – utili pari a 18,9 miliardi di euro, raddoppiato il già lusinghiero + 8,9 miliardi del 2010 -ha deciso di distribuire un bonus di 7.500 euro ai 90 mila dipendenti del gruppo che prestano servizio nelle sei fabbriche sparse per la Germania. Lezioni per il Bel Paese? Beh, direi in primis che il settore dell’auto non è poi così in crisi come ci vogliono far credere (la Cina e i paesi in via di sviluppo assorbono prodotti e produzione occidentale), secondo che la qualità del prodotto, le competenze e la capacità produttiva delle aziende possono ancora fare la differenza, anzi devono fare la differenza nell’arena del mercato globale. Non è solo tagliando costi e riducendo il personale, passando per le esternalizzazioni nei paesi in cui la manodopera costa di meno che si realizzano profitti e utili “sani” per il futuro delle nostre aziende. Vero Marchionne?

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Franz Kafka, Il processo

20120206-230015.jpg Terminata la lettura de Il processo, romanzo triste, uggioso, irreparabile e denso di Novecento. Il Ventesimo secolo viene declinato da Kafka come fragilità della condizione umana posta di fronte al non senso annidiato nei meandri degli strumenti del Potere generati dall’uomo medesimo. Nell’opera dello scrittore boemo, il Potere assume i tratti del sistema giudiziario, ma non avrebbero stonato la tecnica, la scienza, la finanza e le altre sembianze dietro cui, di volta in volta, si e’ celato il Potere ed il cui fine ultimo pare quello di annichilire il barlume di umano presente nell’uomo.

Oscar Luigi Scalfaro, 09.09.1918 – 29.01.2012.

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Dobbiamo essere noi stessi nella democrazia, nella libertà, facendo spazio a noi stessi, eliminando le patologie che si inseriscono terribilmente…e allora  le troviamo anche in casa nostra…le patologie…bisogna essere spietati. Non c’è amnistia. E buone battaglie, non arrendetevi mai, mai…non esiste.

Estratto della conversazione tra il Presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro ed i Giovani Democratici, svoltosi presso lo studio del Presidente il 22 dicembre 2011.

Pasquale Chessa e Barbara Raggi, L’ultima lettera di Benito

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Una storia d’amore, di sesso, di politica, di guerra…al fondo di tutto una tragedia, personale e di tutto un Paese. Ecco i temi che emergono dal carteggio intercorso tra Claretta Petacci e Benito Mussolini, il Duce del fascismo italiano, durante la stagione di Salo’ e custodito nei faldoni del fondo Petacci. Le missive di Mussolini sono 318 mentre quelle della Petacci sono centinaia, non tutte spedite all’amante, e raccontano la storia di Clara e Ben senza filtri e mediazioni, se non quelli adoperati dagli stessi protagonisti. Nello scorrere del tempo crepuscolare sulle sponde del lago di Garda, si dipana un action movie in cui alla passione si mescolano gelosia, tradimenti, minacce di suicidio e la comprensione via via più nitida in Mussolini tanto della fatuità della sua repubblica, ostaggio dei veri detentori del potere…i plenipotenziari di Hitler in Italia, quanto della solitudine di un uomo privo di ogni via di fuga…tradito dai tedeschi, che trattavano la resa con i partigiani a Milano mentre lui cercava ancora una soluzione politica purchessia…tradito dal Generale Franco, il caudillo spagnolo che nego’ al Duce il riparo in Spagna e tradito, a suo dire, da una Nazione e da un popolo intero. Se si tratto’, per Mussolini, di una fine ineluttabile, non altrettanto si puo’ dire per Clara e che divento’ tale, tragica morte e ludibrio osceno, solo per amore e riconoscenza nei confronti di un uomo che gli aveva dato in cambio una coscienza, di donna italiana e fascista. Se per Mussolini poteva, almeno in cuor suo, esserci uno spazio, anche politico, dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale, al contrario, per Clara, non poteva esserci orizzonte senza Ben…e poi furono solo più Dongo e piazzale Loreto.

Margaret Mazzantini, Mare al mattino

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Una madre ed un figlio in fuga dalla Libia arsa dai fuochi della recente guerra civile…una madre ed un figlio al di qua del mare, abitanti dell’isola meta dei fuggitivi impegnati a cercare riparo da quel lembo di terra chiamato Nord Africa, bomba umana e umanitaria… Esuli entrambe le coppie, la prima strappata dalla sua quotidianità nel 2011, dalle truppe lealiste e sanguinarie fedeli a Gheddafi…la seconda, gli Taliani – così chiamati con disprezzo dai libici – esuli a loro volta anni prima, quando la mamma – Angelina – con la sua famiglia furono scacciati dalla loro casa e affetti a causa della vittoria della rivoluzione verde del Rais..umanità perduta, irreparabilmente e irrimediabilmente perduta…la vita che viene strappata e il pensiero di riportarla sempre a quel punto…cercarsi e cercare quel tempo andato e una ferita che non si cicatrizza e che durerà una vita intera…o, più tragicamente, una traversata di mare senza speranza…

Alessandro Baricco, Mr Gwyn

20111123-180623.jpgQuando la lettura di un libro ti permette di spalancare le porte oscure dentro di te…e di riportarti a casa…sarà tuo per sempre. – Jasper Gwyn diceva che tutti siamo qualche pagina di un libro, ma di un libro che nessuno ha mai scritto e che invano cerchiamo negli scaffali della nostra mente. Mi disse che quello che cercava di fare era scrivere quel libro per la gente che andava da lui. Le pagine giuste. Era sicuro di poterci riuscire.

Edoardo Nesi, Storia della mia gente

20111024-173615.jpg La lettura del romanzo di Nesi racconta gli anni grigi di questo ultimo decennio, visti dalla prospettiva di un giovane imprenditore toscano, un tessitore di Prato. Ed ecco allora il disgregarsi, lo sfilacciarsi lento ma inesorabile del sistema produttivo manifatturiero pratese che diventa emblema del lento ammaina bandiera che ha caratterizzato l’ industria manifatturiera italiana. La storia autobiografica della famiglia Nesi, tre generazioni di imprenditori tessili, si interseca con la storia industriale italiana e con il suo attuale triste epilogo….i cinesi che soppiantano la tradizione pratese, l’abbattimento dei costi di produzione come irreparabile condanna di tutto un tessuto produttivo e sociale, la fine di un’epoca. Ecco, il libro di Nesi potrebbe intendersi tanto come un poema sui destini di una famiglia e di una terra quanto come un trattato di storia dell’industria o, più precisamente, dei danni collaterali prodotti dalla globalizzazione senza regole imposta dalle istituzioni sovranazionali. Una famiglia, la sua terra, la macroeconomia e le sue leggi spietate…storia della mia gente, storia anche d’Italia.

Il talento dei riformisti, Moni Ovadia.

da l’ Unità del 03.09.2011.

[…]. La sua colpa, per me la più grave, era la subordinazione all’egemonia sottoculturale della peggiore destra della storia repubblicana, la più becera e populista. La campagna di Penati [candidato del centrosinistra alle scorse elezioni regionali in Lombardia]  fu all’ insegna di una caricatura del leghismo, contro i rom, a favore delle ronde, con ammiccamenti all’islamofobia che mandavano in sollucchero la divina Santanché musa della destra più cazzuta. […].

Moni Ovadia, l’Unità,  3 settembre 2011.

 

P.s: ho estrapolato una parte dell’ articolo di Moni Ovadia, pubblicato sul numero odierno de l’ Unità, perchè riassume con una lucida analisi il fallimento prima di tutto politico di un progetto che va sotto il nome di Partito Democratico.

La manomissione delle parole, Gianrico Carofiglio.

Al centro di questo saggio, risultato ultimo di una serie di sconfinamenti e di ricerche di senso che vanno dalla musica, alla poesia e alla politica, si trova l’ enunciazione fatta dall’ autore che ci ricorda come le parole abbiano il potere di produrre trasformazioni concrete e tangibili, in grado di cambiare il mondo ed il nostro vivere quotidiano. Ed ecco subito i pericoli, i perchè delle svariate ragioni che hanno portato nel tempo a far si che le parole siano state coscientemente consumate, deturpate, da usi impropri ed eccessivi con l’ intento di piegarle ai più beceri e turpi desideri, nonchè crimini di massa commessi in nome della libertà, della democrazia e della giustizia.

Fatta questa premessa, l’ autore disvela la necessità di manomettere, smontare, queste parole, moderno gioco del mecccano, per cercare l’ origine di tale malfunzionamento al fine di rimontarle perchè riprendano la loro opera vivificatrice nella storia dell’ umanità.

Le parole sono altresì la cartina di tornasole dello stato di salute di una moderna democrazia se, come afferma Gustavo Zagrebelsky,

il numero di parole conosciute e usate è direttamente proporzionale al grado di sviluppo della democrazia e dell’ uguaglianza delle possibilità. Poche parole e poche idee, poche possibilità e poca democrazia […].

Per contro, la povertà semantica ha come nefasta conseguenza l’ incapacità di interpretare, di dare forma, a stati d’animo di tristezza, fragilità e paura: sentimenti e sensazioni che permettono la manifestazione della violenza incontrolata, ormai unico rimedio e strumento per controllare e bilanciare questa perdita di controllo, o vuoto, rispetto alla realtà emozionale fuori e dentro di noi. E ci viene in soccorso il classico esempio dell’ altissimo numero di suicidi registrati a Tahiti, eventi dovuti al fatto che i tahitiani avevano sì parole per descrivere il dolore fisico ma non quello psichico. Ed ecco che nei casi in cui più virulento era il malessere psichico che solo l’ atto di violenza, diretto in questo caso verso se medesimi, permetteva di porre fine al cortocircuito emozionale dovuto, in ultima analisi, all’ incapacità di dare un nome, ovvero concretezza e confini delimitati, al problema.

Concludo, citando l’ autore medesimo:

La ragione di questo libro – a un tempo politica, letteraria ed etica – consiste nell’ esigenza di trovare dei modi per dare senso alle parole: e, dunque, per cercare di dare senso alle cose, ai rapporti fra le persone, alla politica intesa come categoria nobile dell’ agire collettivo.

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