La manomissione delle parole, Gianrico Carofiglio.

Al centro di questo saggio, risultato ultimo di una serie di sconfinamenti e di ricerche di senso che vanno dalla musica, alla poesia e alla politica, si trova l’ enunciazione fatta dall’ autore che ci ricorda come le parole abbiano il potere di produrre trasformazioni concrete e tangibili, in grado di cambiare il mondo ed il nostro vivere quotidiano. Ed ecco subito i pericoli, i perchè delle svariate ragioni che hanno portato nel tempo a far si che le parole siano state coscientemente consumate, deturpate, da usi impropri ed eccessivi con l’ intento di piegarle ai più beceri e turpi desideri, nonchè crimini di massa commessi in nome della libertà, della democrazia e della giustizia.

Fatta questa premessa, l’ autore disvela la necessità di manomettere, smontare, queste parole, moderno gioco del mecccano, per cercare l’ origine di tale malfunzionamento al fine di rimontarle perchè riprendano la loro opera vivificatrice nella storia dell’ umanità.

Le parole sono altresì la cartina di tornasole dello stato di salute di una moderna democrazia se, come afferma Gustavo Zagrebelsky,

il numero di parole conosciute e usate è direttamente proporzionale al grado di sviluppo della democrazia e dell’ uguaglianza delle possibilità. Poche parole e poche idee, poche possibilità e poca democrazia […].

Per contro, la povertà semantica ha come nefasta conseguenza l’ incapacità di interpretare, di dare forma, a stati d’animo di tristezza, fragilità e paura: sentimenti e sensazioni che permettono la manifestazione della violenza incontrolata, ormai unico rimedio e strumento per controllare e bilanciare questa perdita di controllo, o vuoto, rispetto alla realtà emozionale fuori e dentro di noi. E ci viene in soccorso il classico esempio dell’ altissimo numero di suicidi registrati a Tahiti, eventi dovuti al fatto che i tahitiani avevano sì parole per descrivere il dolore fisico ma non quello psichico. Ed ecco che nei casi in cui più virulento era il malessere psichico che solo l’ atto di violenza, diretto in questo caso verso se medesimi, permetteva di porre fine al cortocircuito emozionale dovuto, in ultima analisi, all’ incapacità di dare un nome, ovvero concretezza e confini delimitati, al problema.

Concludo, citando l’ autore medesimo:

La ragione di questo libro – a un tempo politica, letteraria ed etica – consiste nell’ esigenza di trovare dei modi per dare senso alle parole: e, dunque, per cercare di dare senso alle cose, ai rapporti fra le persone, alla politica intesa come categoria nobile dell’ agire collettivo.

Tiziano Scarpa, Stabat Mater.

Affrontare la lettura di Stabat Mater, romanzo di Tiziano Scarpa con il quale l’ autore veneziano ha vinto il Premio Strega nel 2009, è in realtà leggere un libro a più piani, stratificato ed al contempo denso. Mi spiego. La protagonista del libro, Cecilia, è una giovane adolescente, orfana dalla nascita e abbandonata all’ Ospedale della Pietà di Venezia dove, sotto la rigida guida delle suore, impara l’ arte della musica e apprende di possedere il talento innato per destreggiarsi con il violino.

La giovane di notte, sentendosi perduta nel buio e nel silenzio che tutto avvolge, si va a rifugiare in un anfratto dell’ Ospedale e lì, rannicchiata sull’ ultimo gradino, scrive lunghe ed immaginarie lettere. Quale il destinatario delle missive? La madre, mai conosciuta e per questo vagheggiata, cercata, odiata ed ancora rimpianta e , al tempo stesso, sempre alla ricerca di indizi sulla sua origine, di Cecilia, e su di un qualche elemento che potesse aiutarla a dipanare la matassa della sua storia familiare. Ed ecco i piani che si sovrappongono e si compenetrano. La storia di Cecilia e del rapporto non rapporto con la madre, l’ incontro con il nuovo maestro di musica dell’ Ospedale – don Antonio, ovvero Vivaldi – e, per il suo tramite, l’ incontro con la musica vera, da cui:

La musica è la cosa che più assomiglia a un’ idea pura.

Ovvero, volteggiando in maniera arrischiata tra Platone e Schopenhauer:

La musica è l’ idea fatta cosa fuori di noi.

Insomma, la musica di Vivaldi – compositore preferito dello Scarpa medesimo – si trasforma per Cecilia da stanco rito da riproporre sempre uguale ad altro…diventa energia, aria, che riempie i muscoli, i polmoni, il sangue e per questa via si impregna nella violoncellista che, a sua volta, con il suo talento è chiamata a darle forma e nuova vita…

Come conclusione, una suggestione per questi travagliati tempi in cui viviamo, un monito ed un invito…ecco la mia lettura di Stabat Mater:

Non bisogna lasciare che le cose accadano soltanto dentro di noi. Dobbiamo aiutarle a venire al mondo meglio che possiamo, ripensarle, riscriverle, suonarle diversamente.

Alessandro Baricco, Novecento.

« Negli occhi della gente si vede quello che vedranno, non quello che hanno visto. Così, diceva: quello che vedranno. »

Novecento è un monologo teatrale scritto da Alessandro Baricco, edito da Feltrinelli nel 1994. Il monologo venne interpretato, nel settembre del medesimo anno, al festival di Asti da Eugenio Allegri e con la regia di Gabriele Vacis.

A dire dello stesso Baricco il testo sta in bilico tra una messa in scena e un racconto da leggere ad alta voce, anche se a me piace definirlo semplicemente una favola, una ricca favola, di cui vale la pena leggere lo svolgimento e da cui è consigliabile farsi prendere per mano e lasciarsi cullare tra le note del piano e il movimento immobile dell’ immenso oceano. Un translatlantico, il Virginian, un periodo storico, la stagione fra le due guerre mondiali, un marinaio che trova un neonato sulla nave…un neonato a cui viene affibiato il nome di Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, un neonato che non sarebbe mai esistito per il mondo, mai nato per l’ agenzia delle entrate, per la chiesa, che non aveva patria, famiglia e cittadinanza.

Un neonato che diventerà ben presto un uomo dalla dote straordinaria di danzare con il suo pianoforte sull’ oceano in burrasca, il piano che scivola per la stanza con Novecento che suona una musica mai suonata, una musica risultante di tante musiche, di tutte le musiche del mondo, ascoltate dai passeggeri di terza classe e fusa in un unica armonia magica…perchè Novecento sapeva ascoltare la gente, comprendeva la vita dai loro volti e grazie ai loro occhi vedeva il mondo che essi avevano visto…empatia? Forse, magia…magia anche nel rifiuto di Novecento, il gran rifiuto di scendere a terra dal Virginian, il rifiuto che è il rifiuto di fronte all’ immane vuoto generato dall’ immensità del mondo, dalla sua non finitezza – azzardo, forse dalla sua insensatezza – al contrario dei tasti del pianoforte, e su una tastiera infinita non c’è musica che si possa suonare…la nave allora diventa la salvezza di Novecento perchè…

Non siamo pazzi quando troviamo il sistema per salvarci […].

La vita autentica ovvero Vito Mancuso e il “vero uomo”.

Accostare la lettura de La vita autentica di Vito Mancuso, docente di teologia moderna e contemporanea presso l’ Università San Raffaele di Milano, è operazione da affrontare con la giusta dovizia. Giusta dovizia poichè l’ autore, in questo breve saggio, si cimenta con la ricerca del “vero uomo”, la ricerca delle ricerche, e grazie anche ad una indubbia capacità stilistica avvolge il lettore nel suo pensiero, direi lo avviluppa, levandogli persino il respiro. 

Dicevo della ricerca del “vero uomo”, ricerca che parte dalla domanda che si pone l’ autore ovvero cosa fa di un soggetto “un uomo”, qual è la caratteristica che a volte, raramente mi permetto di aggiungere, ci fa sentire in presenza di un “vero uomo”? Ebbene, Mancuso, utilizzando per argomentare la sua tesi riferimenti e citazioni che rimandano a Platone, i classici greci, Gesù e Nietzsche, le scienze moderne, affronta un percorso che  mira a svelare l’ intima essenza dell’ uomo e, per l’ appunto, ciò che lo determina in quanto tale.

Eccoci quindi al centro del ragionamento, ecco disvelarsi di fronte a noi il concetto cardine del pensiero di Mancuso: la relazione. La relazione, ovvero vita di relazione, che sola permette a noi stessi di pervenire ad essere veri uomini e nella quale, la relazione, tutto va a precipitare, tutto trova la sua piena manifestazione concettuale e pratica. Allora anche termini perlopiù astratti, passibili di essere piegati a convenienza da religioni o etiche le più diverse – da il Nietzsche de La genealogia della morale al Gesù raccontato nei Vangeli – quali il bene, la verità, la giustizia, la libertà, ebbene tutte queste etichette si sostanziano, trovano vita, calore e sangue, nella vita autentica che è null’ altro e nulla più che vita di relazione.

La natura medesima di ogni soggetto, l’ Io, è determinata e costituita a priori dalla relazione e l’ individuo medesimo esiste in quanto frutto di relazione e delle sue relazioni. Relazioni ordinate e non sregolate, ordinate nel verso dell’ armonia e a questo proposito Mancuso chiama in causa la stessa genetica, la stessa legge inscritta nella nostra viva carne quando ricorda come solo le cellule germinali abbiano 23 cromosomi non disposti in coppia, al contrario di tutte le altre cellule, e ciò perchè solo per questa via è possibile che si congiungano con un’ altra cellula e possano fondere i cromosomi componendo una nuova unità vitale, un nuovo Io nato dall’ incontro, dalla relazione. 

A questo punto il pensiero di Mancuso si distende, le etichette di bene, verità, giustizia, libertà, dopo essersi rigenerate nella relazione e in essa aver trovato fondamento si elevano nuovamente a dare senso, il solo senso che nel cuore di ogni essere umano, in ogni uomo vero uomo, dovrebbero avere. Ed ecco che comprendiamo come l’ Antonio narrato da Shakespeare, posto di fronte al cadavere di Bruto suicidatosi poco prima, possa esclamare : ” Questo era un uomo !”.

“Considerate la vostra semenza:/ fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza”: Dante, La Divina Commedia. Inferno, canto XXVI, versi 118 – 120.

Mi fido di te o, anche, specchio dell’ anima.

Un romanzo. Un breve, accecante, urticante, romanzo criminale. Gli autori, Francesco Abate e Massimo Carlotto, si sono dimostrati impareggiabili nel raccontare una storia nella quale, sfrondando la trama, emerge la parte sporca, cattiva, ma viva, che abita dentro ognuno di noi. Il protagonista, tale Gigi Vianello, giovane laureato dell’ opulento Nord Est si scontra con se stesso, la sua natura, e con le sue ambizioni. Non un lavoro purché sia, non uno stipendio che ti permette di arrivare a malapena a fine mese…nulla di tutto ciò. Ma i soldi. Tanti, veloci, soldi facili e, quindi, sporchi, criminali e figli di attività criminali. Allora seguiamo il giovane Vianello, che nel mentre si fa uomo, passare dalla guida di una gang di spacciatori di pasticche nelle irreali discoteche venete, a braccio destro di imprenditore alimentare senza scrupoli…il tutto sempre in presa diretta con l’ emotività noir  del protagonista, io narrante del romanzo. E poi la carriera si fa rapida, come i crimini ed i sotterfugi per sfuggire ad essi. E la Sardegna, terra amata da entrambi gli autori del libro. E il grande business della sofisticazione alimentare, cibi confezionati con alimenti tra i più scadenti per la salute. Merci avariate, putrescenti, zeppe di sostanze cancerogene, pronte per essere confezionate come nulla fosse e messe in vendita nei grandi magazzini, zeppi e ricolmi di invitanti promozioni di acquisto. Ecco, Mi fido di te è il racconto di un’ anima profondamente criminale, volutamente criminale, che cerca la strada per emergere, per farsi strada nella giungla del quotidiano come nei vicoli stretti dei paesini isolani alla guida della sua Cayenne. Inganno, alterazione e sofisticazione, violenza, omicidio e morte, l’ impossibilità di sfuggire da se stessi e dalla propria strada…ecco, tutto questo è Mi fido di te. Questo e, naturalmente, molto altro per chi, leggendolo, vorrà raccontarlo dal suo punto di vista.

Formazione culturale e crisi economica nel pensiero di Florence Noiville.

Fermarsi a riflettere, interrogarsi e porgersi domande. Ecco il senso principale di questo breve volumetto edito da Bollati Boringhieri lo scorso settembre, Ho studiato economia e me ne pento di Florence Noiville, giornalista francese de Le Monde.

L’ autrice, diplomatasi nel 1984 presso l’ Ecole des Hautes Etudes Commerciales (HEC), prende spunto dall’ attuale crisi finanziaria ed economica per collegarla al tipo di formazione ricevuta dalle elite alla guida di multinazionali, università e governi…la classe dirigente, gli intellettuali. Ecco, la formazione. Il nodo, l’ ossessione, di tutto il ragionare della Noiville. E la responsabilità imputabile al sapere e all’ insegnamento nel disastro attuale fatto di aziende chiuse, disoccupazione crescente, alle grandi scuole della finanza globale, a Parigi come a New York e a Tokyo. Una formazione che ha concorso a generare la crisi ed è, tra l ‘altro, risultata incapace poi di cogliere i molteplici segnali di un possibile crollo dell’ economia capitalista spinta ai suoi limiti estremi.

Le due aree principali della HEC, la finanza ed il marketing, vengono additate come le due forme del sapere che hanno concorso principalmente a determinare l’ attuale stato di cose. La finanza, con la creazione di un ‘economia mondiale fondata pressochè totalmente sul ricorso smodato all’ indebitamento, pubblico e privato. Un sistema che poggia le sue basi su gigantesche piramidi di debiti, che si sostengono vicendevolmente in un equilibrio che si va facendo sempre più precario. E poi il marketing, con la sua febbrile stimolazione di falsi bisogni, il sovraconsumo, assecondato in ciò dalla potente azione dei medium di massa dell’ informazione, in tutte le sue cangianti forme e rappresentazioni.

La Noiville riassume brillantemente nella sigla MMPRDC, Make More Profit, the Rest we Don’t Care about il senso ultimo del fallimento della formazione impartita dalle grandi università globali. Del tradimento degli intellettuali, almeno nella forma del fallimento delle idee che sono state alla base della crisi paradigmatica del sistema di progresso che ha caratterizzato l’ industria del sapere nell’ ultimo quarto di secolo. La ragione del tradimento del sapere è collegata alla sua rinuncia di farsi strumento di critica del potere, per trasformarsi in sua ancella servile, il sapere che si arrangia a fabbricare un prodotto conforme agli appetitti perversi della civiltà del lucro. Prosaicamente, prerogativa di una grande ecole è solo la riproduzione di elementi conformi e identici a se stessi. Dai quali continuerà concretamente a guadagnare, make more profit, fabbricando sempre lo stesso prodotto: il corso di studi alla HEC costa mediamente 35.000 euro e le fabbriche del sapere arrivano a contendersi gli insegnanti più funzionali al loro progetto di arricchimento con aste dove gli assegni raggiungono sino i 200.000 euro. Make more profit. Scopo è quello di avere disciplinati docenti che faranno ricerche funzionali al potere, pubblicheranno articoli funzionali al potere e, per questa via, faranno guadagnare prestigio al proprio istituto nel ranking delle business schools globali. Make more profit.

Constatato come la finanziarizzazione dell’ economia, e del nostro privato, abbia prodotto persino metastasi nella formazione e nel sapere, la Noiville si augura che proprio dalle scuole prenda il là una nuova consapevolezza del ruolo del sapere all’ interno della società e che ciò aiuti a riformulare altri criteri in merito alla ricchezza e ai bisogni, insomma aiuti ed incoraggi i giovani e la società tutta ad esprimere altri tipi di aspettative e a far si che, conseguentemente, si possano mettere in atto azioni e comportamenti meno nocivi per il nostro futuro.

Edmondo Berselli e l’ economia giusta.

Ipotesi, domande che danzano immobili sul baratro della recente catastrofe monetarista, e risposte, risposte partigiane di un uomo che interpretò il suo ruolo di giornalista, di scrittore, appunto da partigiano, da uomo impegnato e pronto a decidere da che parte stare. Ecco chi fu Edmondo Berselli. Ed ecco il suo ultimo lavoro, edito postumo da Einaudi lo scorso settembre, L’ economia giusta. Il volumetto è agile, denso, ed ha quale epicentro narrativo la crisi finanziaria che iniziò a manifestarsi nell’ agosto del 2007. Berselli si muove con disinvoltura tra Marx e la Rerum Novarum di Leone XIII, la Thatcher con il suo triste epitaffio “la società non esiste”, Keynes, Hayek,  John Rawls e Robert Nozick.

L’ indagine mira a ricercare le cause della finanziarizzazione dell’economia, riassunta brillantemente dalla risposta ironica di Mickey Rourke a Kim Basinger nel film cult degli anni ’80 – Nove settimane e mezzo – “I make money by money”, faccio soldi con i soldi. Emblema e lapide ultima sul Novecento. 

E prosegue l’ indagine, prosegue giungendo al nodo rappresentato dal calo della propensione al consumo nelle mature società occidentali e alla carta ultima giocata da banche, multinazionali e fondi di investimento. Il ricorso al debito privato. La leva per sollevare il mondo, dei profitti.

Per sostenere la domanda di milioni di consumatori, si è deciso d’ invitarli a indebitarsi. Con i mutui subrime, le ipoteche sulla casa, le carte di credito revolving, con il credito al consumo. Mutui e debiti di cattiva qualità che sono poi stati cartolizzati e riciclati in prodotti finanziari tossici, che ben presto hanno avvelanato l’ intero circuito finaziario globale.

 E la sinistra, politica e culturale, in tutto ciò? Una comparsa, se non peggio, una complice della catastrofe. Incapace di dare convincenti risposte al quesito della redistribuzione della ricchezza, sempre più pressante in una società ormai polarizzata tra i pochi Marchionne e i tanti operai. 

Berselli poi prende a confronto i due principali modelli di produzione generati dal sistema capitalistico, quello americano e quello nipponico-renano, per evidenziarne pregi, in quello anseatico, e difetti, in quello yankee. Nei fatti la bussola del pensiero di Berselli non perde mai di vista il cattolicesimo sociale, e la sua traduzione nell’ economia sociale di mercato.  Il funzionamento del mercato che non può regolare da solo l’ insieme della vita sociale. Ed ecco Adenauer, Karol Wojtyla, De Gasperi e Schumann. E quindi i fattori di equilibrio esterni al mercato, bilanciato da elementi di politica sociale determinati a priori e di cui garante ultimo è lo Stato.  Scenario attuale? Una maggiore e più estesa povertà, o minore ricchezza…a piacere. Senza fronzoli, Berselli ci dice che dovremo adattarci ad avere meno soldi nel portafogli. Essere più poveri. La povertà che avanza. La parola maledetta. Le risposte? Uno stile di vita più lento, più slow, è un’ intelligenza e una umanità che trovano linfa in Bad Godesberg e nella Mercedes Benz.  Socialdemocrazia e cattolicesomo sociale. Il resto appartiene a noi.

Obama e i poveri ricchi.

Tuoni, fulmini e saette…il riformismo pratico, concreto, esiste. Ecco il senso ultimo del discorso tenuto dal Presidente Obama lo scorso 8 settembre a Cleveland, Ohio. La sfida al Congresso americano, lanciata in vista delle elezioni di mid term del prossimo 2 novembre, racconta di un uomo e della sua incrollabile volontà di temperare i disequilibri tra l’ uomo di main street ed i vari ed assortiti Gordon Gekko che si annidano a wall street.

In soldoni, perchè di questi infine si tratta, il Presidente propone, per il biennio 2010 – 2011, di detassare gli investimenti che le aziende americane destineranno per le loro attività. La misura fiscale pro business dovrebbe determinare un alleggerimento fiscale all’ incirca di 200 miliardi di dollari. In cambio, Obama, prospetta un aumento delle tasse per i redditi che oltrepassano la soglia annua  di 250 mila dollari, manovra che riguarderebbe il 2 % della popolazione americana.  Ecco, una parziale deroga degli sgravi fiscali avviati dall’ amministrazione Bush, una deroga che non intaccherà la middle class e le fasce meno abbienti per le quali gli sgravi verranno mantenuti.

L’ obiettivo obamiano è quello, da un lato, di assecondare l’ attuale flebile ripresa dei consumi mantenendo in vigore gli incentivi che permetteranno alle  famiglie di acquistare beni e servizi e, dall’ altro, di aiutare  le aziende che investono e creano posti di lavoro, il tutto a scapito delle rendite finanziarie e parassitarie di una esigua minoranza.

E in tutto questo, lezioni per il Belpaese?

Se ne potrebbe dedurre che la sindrome di Stoccolma di cui soffre la sinistra italiana può essere curata praticamente. Come? Rilanciando con forza la parola d’ ordine della redistribuzione della ricchezza…Obama in parte ci sta provando. La strada, adesso,  troviamola noi.

[…] il problema è che non possiamo permetterci un conto da 700 miliardi di dollari in dieci anni per favorire coloro che già stanno molto bene […].

Di 1050 cadaveri e di leggi inutili.

La mattanza continua. Una corsa che non si arresta, donne e uomini che giaciono inanimati all’ interno di officine, silos, cantieri, lungo strade che non portano ormai da nessuna parte. Famiglie sfregiate per sempre negli affetti, nel dolore che non passa e non passerà mai, nella sicurezza economica, perchè ci sono figli da crescere, rate di mutui o finanziamenti da pagare e perchè la vita, nonostante tutto, è più forte del dolore e ci incalza con il suo procedere.

E’ notizia di sabato, tre morti ammazzati dal lavoro nel casertano, uccisi dalle esalazioni di un silos che avrebbero dovuto pulire…è notizia di sabato, un morto ammazzato dal lavoro in provincia di Pistoia ucciso dalla pressa cui stava prestando manutenzione…E siamo in perfetta media, poichè l’ Inail ha registrato nel 2009 millecinquanta morti a causa del lavoro, perchè sì, in Italia il lavoro uccide ed uccide con serena regolarità quotidiana…tre persone in media ogni giorno. Donne e uomini che si svegliano, si levano dal letto, fanno colazione, salutano i propri cari e non tornano più a casa. Fatalità, il casa, il destino. No, e bisogna dirlo con gran forza… la responsabilità è soprattutto politica e della politica.

Politica, perchè quando nella calura estiva di una festa padana un ministro dice che “la sicurezza sul lavoro è un lusso che non possiamo permetterci ” legittima padroni ed imprenditori a venir meno alle basilari norme di protezione dei propri dipendenti.  Politica, perchè le ultime manovre finanziarie hanno colpito indistintamente i redditi da lavoro dipendente, i precari, le pensioni, la sanità e la scuola pubblica risparmiando le rendite finanziarie ed i grandi patrimoni.  Anzi, tramite leggi quale lo scudo fiscale – inserito nel primaverile pacchetto anti – crisi – si è agevolato il ritorno in patria dei capitali trasportati all’ estero, al fine di sottrarli all’ imposizione fiscale…facendo così un bel regalo a lor signori e malavitosi assortiti…ecco l’ anima nera del nostro esecutivo.

Concludo citando un corsivo di Luigi Cancrini, tratto da l’ Unità del 12 settembre ” L’ impronta classista di un Governo che non è soltanto corrotto ma che è soprattutto un governo di destra è evidente proprio da queste parole di Tremonti“.

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