L’Avversario, Emmanuel Carrère


L’Avversario è un libro che racchiude in sé narrazione d’indagine, cronaca giudiziaria e ricerca di senso. Un melting pot affascinante, invero ben riuscito, in cui l’autore si cimenta dopo esser venuto a conoscenza di un terribile, indicibile, fatto di cronaca accaduto nella Francia dei primi Anni Novanta. Il protagonista, Jean-Claude Romand, padre di famiglia e buon borghese, temendo di veder crollare l’universo di menzogne su cui aveva costruito la sua vita e – peggio dal suo punto di vista, dover patire le conseguenze dell’osceno – si decise ad uccidere la moglie, i due figli, il padre e la madre. 

Un libro che rende la sensazione doppia, ambivalente e inquietante, di assistere, al contempo, ad una rappresentazione teatrale, una commedia dell’equivoco in cui il protagonista indiscusso è Romand, e, dall’altra, di precipitare in un obitorio sotterraneo di un’istituto di medicina legale e di assistere all’autopsia di cadaveri morti innocenti. Pagine, queste, in cui le sensazioni dominanti sono paragonabili alle luci bianche e fredde dei neon, odori dei disinfettanti, mentre pare di assistere al lavoro certosino di chi incide i tessuti dei morti…di cui sfuggono i volti, i colori, il tono della voce…paiono quasi confondersi e perdersi nell’immane tragedia che li ha strappati alla vita. 

Un uomo, Romand, al cui interno il vuoto e la menzogna hanno lentamente scavato e corroso i principi morali che sono alla base del vivere sociale. A dominare è la personalità di un uomo senza carattere alcuno e incapace di provare sentimenti – Galimberti parlerebbe di educazione sentimentale –  abituato unicamente ad elaborare gli stimoli eterni e programmato a reagire adeguatamente, in maniera consona…ed ecco il mio buon borghese…alle attese che tali stimoli provocavano in lui. Un robot. L’assenza dell’umano e dell’umanità nell’uomo, in cui l’atto – l’omicidio – sostituisce la parola – la verità – quando questa ormai stava per diventare prossima, necessaria. Un’ultima, fatale, fuga dall’assunzione di responsabilità, da quel carattere che contraddistingue, tra gli esseri umani, la condizione dell’adultità. 

Di norma una bugia serve a nascondere una verità, magari qualcosa di vergognoso, ma reale. La sua non nascondeva nulla. Sotto il falso dottor Romand non c’era un vero Jean-Claude Romand. 

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Il corpo del reato, Carlo Bonini

Carlo Bonini, formidabile esempio di giornalista d’inchiesta e firma de la Repubblica, racconta ne Il corpo del reato un’ingiustizia. Meglio, l’assenza stessa dell’idea di giustizia, il suo venir meno, di più, la sua negazione fino alle estreme conseguenze…la morte per ingiustizia. L’assassinio di Stefano Cucchi, perchè è di un omicidio che si racconta, è ancor più doloroso poichè il crimine è il risultato combinato tanto della violenza gratuita – un pestaggio di tre uomini con la divisa dell’Arma, esercitato sul corpo di un ragazzo alto poco più di un metro e sessanta e che pesava all’incirca cinquantaquattro chilogrammi – quanto della sciatteria, dell’ignavia, con cui Stafano è stato non accudito dal personale sanitario, non trovo il termine, ecco, forse abbandonato, nella sua lenta agonia all’ospedale Pertini di Roma. In certe vite vissute di dolore, intrise di errori e debolezze, come è stata la vita di Stefano, il lieto fine è un’opzione che non è data da esercitare. Non è semplicemente prevista. Indigna e macchia le nostre istituzioni, la sua morte, e dovrebbe interrogare noi tutti che si possa morire ancora oggi in Italia come è morto Stefano Cucchi, e altri ragazzi prima e dopo di lui. Indigna ancor di più, se possibile, l’assenza di una legislazione sul reato di tortura. E allora, che fare? Dove trovare risposte all’assenza di giustizia? Ecco, una seppur parziale speranza la si può rintracciare nella dignità dimostrata dalle famiglie di chi ha patito la morte di un caro per mano – o sciatteria – di chi avrebbe dovuto custodire e proteggere, anche da se stesso, il debole…quello che ha il nome scritto a matita all’anagrafe…e non ci devono più essere nomi che è un attimo cancellare. Ecco, questo libro ci ricorda che Stefano, e il suo Corpo unico testimone, non sono stati cancellati. 

“Provo dunque a riformulare la domanda chiave: di cosa è morto Stefano? Io sono un tipo pragmatico e dico che se noi sganciamo la sua morte da quanto è accaduto nei sotterranei di questo palazzo di giustizia, che resta? Restano la sua malattia e il suo rifiuto di alimentarsi e idratarsi. Dunque, concludo, Stefano si è suicidato! Si è suicidato al Pertini come si sarebbe suicidato a casa sua!”.

Il turista, Massimo Carlotto

Massimo Carlotto, (Padova, 22 luglio 1956) è scrittore ed è considerato tra i principali autori di noir e hard boiled

Massimo Carlotto è autore di indiscussa e riconosciuta fama internazionale per la sua produzione noir eattraverso la sua ultima opera, Il turista, si è sperimentato in un genere altro ma “contiguo”…il thriller poliziesco. Esperimento riuscito, a scanso di equivoci, pur se tuttavia il noir di Carlotto è un viaggio che tocca e percuote l’anima in modo più vibrante e diretto…meno mediato dalla tecnica stilistica, dalle meritorie competenze – accumulate e trasferitete nell’opera – per portare a compimento Il turista (vedi le sfumature caratteriali e comportamentali del Turista, killer sfuggente e irreprensibile psicopatico da manuale). Libro che è anche omaggio, dolce e melanconico, ad una città, Venezia, sempre più in balia dell’avidità umana…bazar artefatto e a cielo aperto, deturpata dai mostri mobili delle navi da crociera, invasa da orde di turisti affamati di selfie e alla perenne ricerca di chincaglierie made in China da riportare a casa. Una Venezia in cui i veneziani assistono impotenti alla loro messa in disparte…confinati in piccole calle che paiono tanto ricordare, con le dovute distinzioni, le riserve dei nativi d’America. Tipi caratteriali veneziani che si ritrovano tra i personaggi che animano e colorano e “profumano” il libro, in primis il protagonista, Pietro Sambo, poliziotto caduto in disgrazia e alla ricerca dell’occasione per redimersi…ai suoi occhi e agli occhi ironici e spietati dei veneziani. Il Turista è più di un libro, è un conto alla rovescia, uno specchio per la coscienza di Sambo e, perché no, un po’ per quella di tutti noi.

Lì aveva perso il senso della misura. Non aveva capito di non essere fatto per giocare senza rispettare le regole.

La sfida, Norman Mailer

FILE - This is a Sept. 22, 1974 file photo of Zaire's President Mobutu Sese Seko, center, as he raises the arms of heavyweight champ George Foreman, left, and Muhammad Ali, right, in Kinshasa, Zaire. It was 40 years ago that two men met just before dawn on Oct. 30, 1974, to earn $5 million in the Rumble in the Jungle. In one of boxing's most memorable moments, Muhammad Ali stopped the fearsome George Foreman to recapture the heavyweight title in the impoverished African nation of Zaire. (AP Photo/Horst Faas, File)
Una rara immagine che ritrae, il  22 settembre del 1974, il presidente dello Zaire, Mobutu Sese Seko, al centro, intento a posare con il campione del mondo dei pesi massimi, George Foreman, e lo sfidante, Muhammad Ali. L’incontro, oramai leggenda, si disputò il 30 ottobre ed è meglio conosciuto come Rumble in the Jungle.

Provate ad immaginare uno scrittore, appartenente alla corrente della Beat Generation nonché vincitore del Pulitzer, inviato nel cuore dell’Africa nera, lo Zaire già Congo belga, impegnato a raccontare un match di pugilato. Immaginatelo alle prese con gli umori, i colori, il senso del sacro e del magico, le contraddizioni e le miserie che aleggiano negli abitanti, sul suolo e nei vapori delle acque africane. Ecco, La sfida di Norman Mailer è la narrazione, per nulla scontata, di un evento sportivo, la sfida tra George Foreman e Muhammad Ali per il titolo di campione del mondo dei pesi massimi, arricchita dalla prosa sapiente, e ricca di sfumature, di uno scrittore tra i principali della letteratura americana del secondo dopoguerra.

Era stata la sua scelta fin dall’inizio [di rimanere poggiato alle corde] e si trattava dell’opzione più pericolosa a sua disposizione. Perché finché Foreman era in forze, restare alle corde era sicuro come correre in monociclo su un parapetto. Ma d’altro canto, cos’è il genio se non equilibrio sul bordo dell’impossibile?

 

 

ZeroZeroZero, Roberto Saviano

 

Roberto Saviano è nato a Napoli. Nel 1979.
Roberto Saviano è nato a Napoli nel 1979. Dall’ottobre del 2006 vive sotto scorta in seguito alle minacce ricevute dai clan che ha denunciato tramite la sua opera.

ZeroZerozero, edito da Feltrinelli nell’aprile del 2013, è il secondo romanzo sperimentale d’inchiesta scritto da Roberto Saviano. Il primo, Gomorra, è stato, e rimarrà, un caso letterario e come tale si porta e si porterà appresso dispute destinate a non aver fine sulla genuinità e sul merito e valore letterario dell’opera. Mai come in questo caso, comunque, la figura dello scrittore e il genere, il romanzo sperimentale d’inchiesta, si mescolano e si amalgamano per diventare una cosa sola. Vita opera e arte.

Ecco, allora, ZeroZeroZero…un viaggio tra flussi di denaro, spedizioni immaginifiche ma reali di cocaina, malviventi e poliziotti e poliziotti corrotti e malviventi pentiti, la cocaina come carburante necessario al mondo globale e performante che a sua volta diventa indispensabile per mantenere e accrescere la voracità del sistema in quella che appare una corsa all’impazzata verso il nulla. Un sogno, un incubo, svegliarsi madidi di sudore, il cuore che batte all’impazzata, precipitare nella vita reale…le foreste dell’Amazzonia, Miami, le ‘ndrine calabresi, i nigeriani, la Mafija russa. Il viaggio della cocaina è una corsa sull’ottovolante. Chiudere gli occhi e tapparsi le orecchie però, in questo caso, non eviterà l’impatto…aprire le pagine di un libro, informarsi, è un’atto irreparabile. Non si torna più indietro. Come una goccia, scava nella coscienza… leggere è prendere coscienza, resistere. Forse è il primo passo, certamente non sufficiente, ma pur sempre è quello fondamentale per poter provare a cambiare questo mondo grande e terribile. Per questo motivo e per queste ragioni ringraziamo Roberto Saviano.

 

 

 

 

#TheDonald 09.11.2016

La dinamica più ampia dietro alle elezioni è questa: la politica è stata colta di sorpresa dalle sofferenze economiche e dai loro effetti. Abbiamo avuto la globalizzazione, la recessione e poi la ripresa diseguale, ma la politica non si è mai adeguata a questa successione di fenomeni, non ha saputo rispondere. Soprattutto non ha saputo impedire la perdita di un elemento che per una società è anche più importante del benessere stesso, ovvero la cultura della produttività, la mentalità industriale nella quale siamo cresciuti. Si è generato così uno strano fenomeno: le persone che stanno soffrendo di più per ragioni economiche non sono interessate a soluzioni economiche. Cercano rappresentanza, forza interiore, empatia, senso della comunità. In una parola, cercano identità: identità religiosa, identità di classe, identità razziale e via dicendo. Non sono interessate alla policy, hanno un’altra domanda: chi siamo?
Leon Wieseltier.

Dove la storia finisce, Alessandro Piperno

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Alessandro Piperno è nato a Roma nel 1972. Ha vinto il Premio Strega 2012 con il romanzo Inseparabili.

Piperno è un rabdomante dell’animo umano, raffinato narratore di tipi e caretteri…disincantato, cinico – senza volerne dar mostra – nel disvelare le fragilià e le debolezze degli uomini. Per me, un vizio.

[…]
Passano anni indistinguibili l’uno dall’altro e poche ore scombinano tutto: […] nessuno era più lo stesso. Come se fosse in corso un ballo in maschera nel quale ciascuno aveva indossato identità nuove di zecca, a cominciare da lei.
[…]

Le generazioni che da allora [1943] si erano avvicendate, vissute nell’illusione di pace e prosperità imperiture, avevano fatto di tutto per dimenticare che la Storia è sangue, follia e sopraffazione. Era come se la piccola storia di ciascuno finisse proprio dove la Storia riprendeva a correre.

 

Duellanti, Paolo Condò

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Josep Guardiola e José Mourinho

Un duello che neanche Sergio Leone, sì, forse John Ford si…Due uomini a pochi metri di distanza l’uno dall’altro e due mondi, il Barcellona e il Real Madrid, molto più e oltre di due semplici club di calcio. Due mondi, due weltanschauung agli antipodi e, ne consegue, stili e caratteri inconciliabili nel rapportarsi al mondo e alle cose del mondo. Quattro sfide memorabili, dal 16 aprile al 3 maggio 2011…18 giorni di fuoco in cui i colpi di scena, sul rettangolo di gioco e nelle altrettanto memorabili conferenze stampa, hanno esaltato e diviso un Paese, creato fratture tra compagni di Nazionale e consumato le energie dei due protagonisti, Josè Mourinho e Josep Guardiola. Josep Guardiola e Josè Mourinho. Un giornalista sportivo, uno scrittore, Paolo Condò, bravo ed abile nel rendere unico quel lasso di tempo, quella primavera spagnola che, per gli amanti del gioco del calcio, ha rappresentato l’epifania laica del football. Miscelate bene gli ingredienti – ingegno, scaltrezza, rabbia, orgogoglio, senso di appartenenza, ed ecco servito Duellanti…

Il Clasico è quel che si dice un luogo dell’anima.

Adesso, Chiara Gamberale

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Chiara Gamberale è nata nel 1977 a Roma, dove vive.

Un romanzo che racconta l’amore ai tempi nostri, che racconta – utilizzando come escamotage quel sentimento indicibile che ci accaniamo a chiamare amore – quello che siamo, noi, figli degli anni Settanta, oggi quarantenni, giù di lì o su di lì,  nel nostro intimo…confusi, smarriti, perduti forse…, comunque alla ricerca e mai domi, inquieti, tante contraddizioni che cercano un baricentro…e, a volte, quel baricentro lo trovano e, per loro fortuna, ha un nome…adesso.

 

 

David Foster Wallace 

Ricordando DFW….

Di David Foster Wallace[traduzione di Roberto Natalini]

Trascrizione del discorso di David Foster Wallace per la cerimonia delle lauree al Kenyon college, 21 maggio 2005.
Un saluto a tutti e le mie congratulazioni alla classe 2005 dei laureati del Kenyon college. Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?”
È una caratteristica comune ai discorsi nelle cerimonie di consegna dei diplomi negli Stati Uniti di presentare delle storielle in forma di piccoli apologhi istruttivi. La storia è forse una delle migliori, tra le meno stupidamente convenzionali nel genere, ma se vi state preoccupando che io pensi di presentarmi qui come il vecchio pesce saggio, spiegando cosa sia l’acqua a voi giovani pesci, beh, vi prego, non fatelo. Non sono il vecchio pesce saggio. Il succo della storia dei pesci è solamente che spesso le più ovvie e importanti realtà sono quelle più difficili da vedere e di cui parlare. Espresso in linguaggio ordinario, naturalmente diventa subito un banale luogo comune, ma il fatto è che nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti, i banali luoghi comuni possono essere questioni di vita o di morte, o meglio, è questo ciò che vorrei cercare di farvi capire in questa piacevole mattinata di sole.
Chiaramente, l’esigenza principale in discorsi come questo è che si suppone vi parli del significato della vostra educazione umanistica, e provi a spiegarvi perché il diploma che state per ricevere ha un effettivo valore sul piano umano e non soltanto su quello puramente materiale. Per questo, lasciatemi esaminare il più diffuso stereotipo nei discorsi fatti a questo tipo di cerimonie, ossia che che la vostra educazione umanistica non consista tanto “nel fornirvi delle conoscenze”, quanto “nell’insegnarvi a pensare”.
Se siete come me quando ero studente, non vi sarà mai piaciuto ascoltare questo genere di cose, e avrete tendenza a sentirvi un po’ insultati dall’affermazione che dobbiate aver bisogno di qualcuno per insegnarvi a pensare, poiché il fatto stesso che siete stati ammessi a frequentare un college così prestigioso vi sembra una dimostrazione del fatto che già sapete pensare. Ma vorrei convincervi che lo stereotipo dell’educazione umanistica in realtà non è per nulla offensivo, perché la vera educazione a pensare, che si pensa si debba riuscire ad avere in un posto come questo, non riguarda affatto la capacità di pensare, ma piuttosto la scelta di cosa pensare. Se la vostra assoluta libertà di scelta su cosa pensare vi sembrasse troppo ovvia per perdere del tempo a discuterne, allora vorrei chiedervi di pensare al pesce e all’acqua, e a mettere tra parentesi anche solo per pochi minuti il vostro scetticismo circa il valore di ciò che è completamente ovvio.
Ecco un’altra piccola storia istruttiva. Ci sono due tizi che siedono insieme al bar in un posto sperduto e selvaggio in Alaska. Uno dei due tizi è credente, l’altro è ateo, e stanno discutendo sull’esistenza di Dio, con quell’intensità particolare che si stabilisce più o meno dopo la quarta birra. E l’ateo dice: “Guarda, non è che non abbia ragioni per non credere. Ho avuto anche io a che fare con quella roba di Dio e della preghiera. Proprio un mese fa mi sono trovato lontano dal campo in una terribile tormenta, e mi ero completamente perso e non riuscivo a vedere nulla, e facevano 45 gradi sotto zero, e così ho provato: mi sono buttato in ginocchio nella neve e ho urlato ‘Oh Dio, se c’è un Dio, mi sono perso nella tormenta, e morirò tra poco se tu non mi aiuterai’.” E a questo punto, nel bar, il credente guarda l’ateo con aria perplessa “Bene, allora adesso dovrai credere” dice, “sei o non sei ancora vivo?” E l’ateo, alzando gli occhi al cielo “Ma no, è successo invece che una coppia di eschimesi, che passava di lì per caso, mi ha indicato la strada per tornare al campo.”
È facile interpretare questa storiella con gli strumenti tipici dell’analisi umanistica: la stessa precisa esperienza può avere due significati totalmente diversi per due persone diverse, avendo queste persone due diversi sistemi di credenze e due diversi modi di ricostruire il significato dall’esperienza. Poiché siamo convinti del valore della tollerenza e della varietà delle convinzioni, in nessun modo la nostra analisi umanistica vorrà affermare che l’interpretazione di uno dei due tizi sia giusta a quella dell’altro falsa o cattiva. E questo va anche bene, tranne per il fatto che in questo modo non si riesce mai a discutere da dove abbiano origine questi schemi e credenze individuali. Voglio dire, da dove essi vengano dall’INTERNO dei due tizi. Come se l’orientamento fondamentale verso il mondo di una persona e il significato della sua esperienza fossero in qualche modo intrinseci e difficilmente modificabili, come l’altezza o il numero di scarpe, o automaticamente assorbiti dal contesto culturale, come il linguaggio. Come se il modo in cui noi costruiamo il significato non fosse in realtà un fatto personale, frutto di una scelta intenzionale. Inoltre, c’è anche il problema dell’arroganza. Il tizio non credente è totalmente certo nel suo rifiuto della possibilità che il passaggio degli eschimesi abbia qualche cosa a che fare con la sua preghiera. Certo, ci sono un sacco di credenti che appaiono arroganti e anche alcune delle loro interpretazioni. E sono probabilmente anche peggio degli atei, almeno per molti di noi. Ma il problema del credente dogmatico è esattamente uguale a quello del non credente: una certezza cieca, una mentalità chiusa che equivale a un imprigionamento così totale che il prigioniero non si accorge nemmeno di essere rinchiuso.
Il punto che vorrei sottolineare qui è che credo che questo sia una parte di ciò che vuole realmente significare insegnarmi a pensare. A essere un po’ meno arrogante. Ad avere anche solo un po’ di coscienza critica su di me e le mie certezze. Perché una larga percentuale di cose sulle quali tendo a essere automaticamente certo risulta essere totalmente sbagliata e deludente. Ho imparato questo da solo e a mie spese, e così immagino sarà per voi una volta laureati.
Ecco un esempio della totale falsità di qualche cosa su cui tendo ad essere automaticamente sicuro: nella mia esperienza immediata, tutto tende a confermare la mia profonda convinzione che io sia il centro assoluto dell’universo, la più reale e vivida e importante persona che esista. Raramente pensiamo a questa specie di naturale, fondamentale egocentrismo, perché è qualche cosa di socialmente odioso. Ma in effetti è lo stesso per tutti noi. È la nostra configurazione di base, codificata nei nostri circuiti fin dalla nascita. Pensateci: non c’è nessuna esperienza che abbiate fatto di cui non ne siate il centro assoluto. Il mondo, così come voi lo conoscete, è lì davanti a VOI o dietro di VOI, o alla VOSTRA sinistra o alla VOSTRA destra, sulla VOSTRA TV o sul VOSTRO schermo. E così via. I pensieri e i sentimenti delle altre persone devono esservi comunicati in qualche modo, ma i vostri sono così immediati, urgenti, reali.
Adesso vi prego di non pensare che io voglia farvi una lezione sulla compassione o la sincerità o altre cosiddette “virtù”. Il problema non è la virtù. Il problema è di scegliere di fare il lavoro di adattarsi e affrancarsi dalla configurazione di base, naturale e codificata in noi, che ci fa essere profondamente e letteralmente centrati su noi stessi, e ci fa vedere e interpretare ogni cosa attraverso questa lente del sé. Le persone che riescono ad adattare la loro configurazione di base sono spesso descritti come “ben adattati”, che credo non sia un termine casuale.

Considerando la trionfale cornice accademica in cui siamo, viene spontaneo porsi il problema di quanto di questo lavoro di autoregolazione della nostra configurazione di base coinvolga conoscenze effettive e il nostro stesso intelletto. Questo problema è veramente molto complicato. Probabilmente la più pericolosa conseguenza di un’educazione accademica, almeno nel mio caso, è che ha permesso di svilupparmi verso della roba super-intellettualizzata, di perdermi in argomenti astratti dentro la mia testa e, invece di fare semplicemente attenzione a ciò che mi capita sotto al naso, fare solo attenzione a ciò che capita dentro di me.

Come saprete già da un pezzo, è molto difficile rimanere consapevoli e attenti, invece di lasciarsi ipnotizzare dal monologo costante all’interno della vostra testa (potrebbe anche stare succedendo in questo momento). Vent’anni dopo essermi laureato, sono riuscito lentamente a capire che lo stereotipo dell’educazione umanistica che vi “insegna a pensare” è in realtà solo un modo sintentico per esprimere un’idea molto piu significativa e profonda: “imparare a pensare” vuol dire in effetti imparare a esercitare un qualche controllo su come e cosa pensi. Significa anche essere abbastanza consapevoli e coscienti per scegliere a cosa prestare attenzione e come dare un senso all’esperienza. Perché, se non potrete esercitare questo tipo di scelta nella vostra vita adulta, allora sarete veramente nei guai. Pensate al vecchio luogo comune della “mente come ottimo servitore, ma pessimo padrone”. Questo, come molti luoghi comuni, così inadeguati e poco entusiasmanti in superficie, in realtà esprime una grande e terribile verità. Non a caso gli adulti che si suicidano con armi da fuoco quasi sempre si sparano alla testa. Sparano al loro pessimo padrone. E la verità è che molte di queste persone sono in effetti già morte molto prima di aver premuto il grilletto.
E vi dico anche quale dovrebbe essere l’obiettivo reale su cui si dovrebbe fondare la vostra educazione umanistica: come evitare di passare la vostra confortevole, prosperosa, rispettabile vita adulta, come dei morti, incoscienti, schiavi delle vostre teste e della vostra solita configurazione di base per cui “in ogni momento” siete unicamente, completamente, imperiosamente soli. Questo potrebbe suonarvi come un’iperbole o un’astrazione senza senso. Cerchiamo di essere concreti. Il fatto puro e semplice è che voi laureati non avete ancora nessun’idea di cosa “in ogni momento” significhi veramente. Questo perché nessuno parla mai, in queste cerimonie delle lauree, di una grossa parte della vita adulta americana. Questa parte include la noia, la routine e la meschina frustrazione. I genitori e i più anziani tra di voi sapranno anche troppo bene di cosa sto parlando.
Tanto per fare un esempio, prendiamo una tipica giornata da adulto, e voi che vi svegliate la mattina, andate al vostro impegnativo lavoro da colletto-bianco-laureato-all’università, e lavorate duro per otto o dieci ore, fino a che, alla fine della giornata, siete stanchi e anche un po’ stressati e tutto ciò che vorreste sarebbe di tornarvene casa, godervi una bella cenetta e forse rilassarvi un po’ per un’oretta, per poi ficcarvi presto nel vostro letto perché, evidentemente, dovrete svegliarvi presto il giorno dopo per ricominciare tutto da capo. Ma, a questo punto, vi ricordate che non avete nulla da mangiare a casa. Non avete avuto tempo di fare la spesa questa settimana a causa del vostro lavoro così impegnativo, per cui, uscendo dal lavoro, dovete mettervi in macchina e guidare fino al supermercato. È l’ora di punta e il traffico è parecchio intenso. Per cui per arrivare al supermercato ci mettete moltissimo tempo, e quando finalmente arrivate, lo trovate pieno di gente, perché naturalmente è proprio il momento del giorno in cui tutti quelli che lavorano come voi cercano di sgusciare in qualche negozio di alimentari. E il supermercato è disgustosamente illuminato e riempito con della musica di sottofondo abbrutente o del pop commerciale, ed è proprio l’ultimo posto in cui vorreste essere, ma non potete entrare e uscire rapidamente, vi tocca vagare su e giù tra le corsie caotiche di questo enorme negozio super-illuminato per trovare la roba che volete e dovete manovrare con il vostro carrello scassato nel mezzo delle altre persone, anche loro stanche e di fretta come voi, con i loro carrelli (eccetera, eccetera, ci dò un taglio poiché è una cerimonia piuttosto lunga) e alla fine riuscite a raccogliere tutti gli ingredienti della vostra cena, e scoprite che non ci sono abbastanza casse aperte per pagare, anche se è l’ora-di-punta-di-fine-giornata. Cosi la fila per pagare è incredibilmente lunga, che è una cosa stupida e che vi fa arrabbiare. Ma voi non potete sfogare la vostra frustrazione sulla povera signorina tutta agitata alla cassa, che è superstressata da un lavoro la cui noia quotidiana e insensatezza supera l’immaginazione di ognuno di noi qui in questa prestigiosa Università.
Ma in ogni modo, finalmente arrivate in fondo a questa fila, pagate per il vostro cibo, e vi viene detto “buona giornata” con una voce che è proprio la voce dell’oltretomba. Quindi dovete portare quelle orrende, sottili buste di plastica del supermercato nel vostro carrello con una ruota impazzita che spinge in modo esasperante verso sinistra, di nuovo attraverso il parcheggio affollato, pieno di buche e di rifiuti, e guidare verso casa di nuovo attraverso il traffico dell’ora di punta, lento, intenso, pieno di SUV, ecc.
A tutti noi questo è capitato, certamente. Ma non è ancora diventato parte della routine della vostra vita effettiva di laureati, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, anno dopo anno. Ma lo sarà. E inoltre ci saranno tante altre routine apparentemente insignificanti, noiose e fastidiose. Ma non è questo il punto. Il punto è che è proprio con stronzate meschine e frustranti come questa che interviene la possibilità di scelta. Perché il traffico e le corsie affollate del supermercato e la lunga coda alla cassa mi danno il tempo di pensare, e se io non decido in modo meditato su come pensare e a cosa prestare attenzione, sarò incazzato e infelice ogni volta che andrò a fare la spesa. Perché la mia naturale configurazione di base è la certezza che situazioni come questa riguardino solo me. La MIA fame e la MIA stanchezza e il MIO desiderio di andarmene a casa, e mi sembrerà che ogni altra persona al mondo stia lì ad ostacolarmi. E chi sono poi queste persone che mi ostacolano? E guardate come molti di loro sono repellenti, e come sembrano stupidi e bovini e con gli occhi spenti e non-umani nella coda alla cassa, o anche come è fastidioso e volgare che le persone stiano tutto il tempo a urlare nei loro cellulari mentre sono nel mezzo della fila. E guardate quanto tutto ciò sia profondamente e personalmente ingiusto.
Oppure, se la mia configurazione di base è più vicina alla coscienza sociale e umanistica, posso passare un bel po’ di tempo nel traffico di fine giornata a essere disgustato da tutti quei grossi, stupidi SUV e Hummers e furgoni con motori a 12 valvole, che bloccano la strada e consumano il loro costoso, egoistico serbatoio da 40 galloni di benzina, e posso anche soffermarmi sul fatto che gli adesivi patriottici e religiosi sembrano essere sempre sui veicoli più grandi e più disgustosamente egoisti, guidati dai più brutti, più incoscienti e aggressivi dei guidatori. (Attenzione, questo è un esempio di come NON bisogna pensare…) E posso pensare che i figli dei nostri figli ci disprezzeranno per aver sprecato tutto il carburante del futuro e avere probabilmente fottuto il clima, e che noi tutti siamo viziati e stupidi ed egoisti e ripugnanti, e che la moderna civiltà dei consumi faccia proprio schifo, e così via.
Avete capito l’idea.
Se scelgo di pensare in questo modo in un supermercato o sulla superstrada, va bene. Un sacco di noi lo fanno. Tranne che il fatto di pensare in questo modo diventa nel tempo così facile e automatico che non è più nemmeno una vera scelta. Diventa la mia configurazione di base. È questa la modalità automatica in cui vivo le parti noiose, frustranti, affollate della mia vita da adulto, quando sto operando all’interno della convinzione automatica e inconscia di essere il centro del mondo, e che i miei bisogni e i miei sentimenti prossimi sono ciò che determina le priorità del mondo intero.
In realtà, naturalmente, ci sono molti modi diversi di pensare in questo tipo di situazioni. Nel traffico, con tutte queste macchine ferme e immobili davanti a me, non è impossibile che una delle persone nei SUV abbia avuto un orribile incidente d’auto nel passato, e adesso sia cosi terrorizzata dal guidare che il suo terapista le ha ordinato di prendere un grosso e pesante SUV, così che possa sentirsi abbastanza sicura quando guida. O che quell’Hummer che mi ha appena tagliato la strada sia forse guidato da un padre il cui figlio piccolo è ferito o malato nel sedile accanto a lui, e stia cercando di portarlo in ospedale, ed abbia quindi leggitimamente molto più fretta di me: in effetti sono io che blocco la SUA strada.
Oppure posso sforzarmi di considerare la possibilità che tutti gli altri nella fila alla cassa del supermercato siano stanchi e frustrati come lo sono io, e che alcune di queste persone probabilmente abbiano una vita molto più dura, noiosa e dolorosa della mia.
Di nuovo, vi prego di non pensare che vi stia dando dei consigli morali, o vi stia dicendo che dovreste pensare in questo modo, o che qualcuno si aspetta da voi che lo facciate. Perché è difficile. Richiede volontà e fatica, e se voi siete come me, in certi giorni non sarete capaci di farlo, o più semplicemente non ne avrete voglia.
Ma molte altre volte, se sarete abbastanza coscienti da darvi la possibilità di scegliere, voi potrete scegliere di guardare in un altro modo a questa grassa signora super-truccata e con gli occhi spenti che ha appena sgridato il suo bambino nella coda alla cassa. Forse non è sempre così. Forse è stata sveglia per tre notti di seguito tenendo la mano del marito che sta morendo di un cancro alle ossa. O forse questa signora è l’impiegata meno pagata della motorizzazione, che proprio ieri ha aiutato vostra moglie a risolvere un orribile e snervante problema burocratico con alcuni piccoli atti di gentilezza amministrativa.
Va bene, nessuno di questi casi è molto probabile, ma non è nemmeno completamente impossibile. Dipende da cosa volete considerare. Se siete automaticamente sicuri di sapere cos’è la realtà, e state operando sulla base della vostra configurazione di base, allora voi, come me, probabilmente non avrete voglia di considerare possibilità che non siano fastidiose e deprimenti. Ma se imparate realmente a concentrarvi, allora saprete che ci sono altre opzioni possibili. Avrete il potere di vivere una lenta, calda, affollata esperienza da inferno del consumatore, e renderla non soltanto significativa, ma anche sacra, ispirata dalle stesse forze che formano le stelle: amore, amicizia, la mistica unità di tutte le cose fuse insieme. Non che la roba mistica sia necessariamente vera. La sola cosa che è Vera con la V maiuscola è che sta a voi decidere di vederlo o meno.
Questa, credo, sia la libertà data da una vera educazione, di poter imparare ad essere “ben adattati”. Voi potrete decidere con coscienza che cosa ha significato e che cosa non lo ha. Potrete scegliere in cosa volete credere. Ed ecco un’altra cosa che può sembrare strana, ma che è vera: nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti non c’è posto per una cosa come l’ateismo. Non è possibile non adorare qualche cosa. Tutti credono. La sola scelta che abbiamo è su che cosa adorare. E forse la più convincente ragione per scegliere qualche sorta di dio o una cosa di tipo spirituale da adorare – sia essa Gesù Cristo o Allah, sia che abbiate fede in Geova o nella Santa Madre Wicca, o nelle Quattro Nobili Verità, o in qualche inviolabile insieme di principi etici – è che praticamente qualsiasi altra cosa in cui crederete finirà per mangiarvi vivo. Se adorerete il denaro o le cose, se a queste cose affiderete il vero significato della vita, allora vi sembrerà di non averne mai abbastanza. È questa la verità. Adorate il vostro corpo e la bellezza e l’attrazione sessuale e vi sentirete sempre brutti. E quando i segni del tempo e dell’età si cominceranno a mostrare, voi morirete un milione di volte prima che abbiano ragione di voi. Ad un certo livello tutti sanno queste cose. Sono state codificate in miti, proverbi, luoghi comuni, epigrammi, parabole, sono la struttura di ogni grande racconto. Il trucco sta tutto nel tenere ben presente questa verità nella coscienza quotidiana.

Adorate il potere, e finirete per sentirvi deboli e impauriti, e avrete bisogno di avere sempre più potere sugli altri per rendervi insensibili alle vostre proprie paure. Adorate il vostro intelletto, cercate di essere considerati intelligenti, e finirete per sentirvi stupidi, degli impostori, sempre sul punto di essere scoperti. Ma la cosa insidiosa di queste forme di adorazione non è che siano cattive o peccaminose, è che sono inconsce. Sono la configurazione di base.
Sono forme di adorazione in cui scivolate lentamente, giorno dopo giorno, diventando sempre più selettivi su quello che volete vedere e su come lo valutate, senza essere mai pienamente consci di quello che state facendo.
E il cosiddetto “mondo reale” non vi scoraggerà dall’operare con la configurazione di base, poiché il cosiddetto “mondo reale” degli uomini e del denaro e del potere canticchia allegramente sul bordo di una pozza di paura e rabbia e frustrazione e desiderio e adorazione di sé. La cultura contemporanea ha imbrigliato queste forze in modo da produrre una ricchezza straordinaria e comodità e libertà personale. La libertà di essere tutti dei signori di minuscoli regni grandi come il nostro cranio, soli al centro del creato. Questo tipo di libertà ha molti lati positivi. Ma naturalmente vi sono molti altri tipi di libertà, e del tipo che è il più prezioso di tutti, voi non sentirete proprio parlare nel grande mondo esterno del volere, dell’ottenere e del mostrarsi. La libertà del tipo più importante richiede attenzione e consapevolezza e disciplina, e di essere veramente capaci di interessarsi ad altre persone e a sacrificarsi per loro più e più volte ogni giorno in una miriade di modi insignificani e poco attraenti.
Questa è la vera libertà. Questo è essere istruiti e capire come si pensa. L’alternativa è l’incoscienza, la configurazione di base, la corsa al successo, il senso costante e lancinante di aver avuto, e perso, qualcosa di infinito.
Lo so che questa roba probabilmente non vi sembrerà molto divertente o ispirata, come un discorso per questo di genere di cerimonie dovrebbe sembrare. In questo consiste però, per come la vedo io, la Verità con la V maiuscola, scrostata da un sacco di stronzate retoriche. Certamente, siete liberi di pensare quello che volete di tutto questo. Ma per favore non scartatelo come se fosse una sermone ammonitorio alla Dr. Laura. Niente di questa roba è sulla morale o la religione o il dogma o sul grande problema della vita dopo la morte. La Verità con la V maiuscola è sulla vita PRIMA della morte. È sul valore reale di una vera istruzione, che non ha quasi nulla a che spartire con la conoscenza e molto a che fare con la semplice consapevolezza, consapevolezza di cosa è reale ed essenziale, ben nascosto, ma in piena vista davanti a noi, in ogni momento, per cui non dobbiamo smettere di ricordarci più e più volte: “Questa è acqua, questa è acqua.”
È straordinariamente difficile da fare, rimanere coscienti e consapevoli nel mondo adulto, in ogni momento. Questo vuol dire che anche un altro dei grandi luoghi comuni finisce per rivelarsi vero: la vostra educazione è realmente un lavoro che dura tutta la vita. E comincia ora.
Auguro a tutti una grossa dose di fortuna.

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