Cesare Pavese raccontato da Natalia Ginzburg

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Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 9 settembre 1908 – Torino, 27 agosto 1950).

[…]

Era, qualche volta, molto triste: ma noi pensammo, per lungo tempo, che sarebbe guarito di quella tristezza, quando si fosse deciso a diventare adulto. Perché ci pareva, la sua, una tristezza come di ragazzo, la malinconia voluttuosa e svagata del ragazzo che ancora non ha toccato la terra e si muove nel mondo arido e solitario dei sogni.

[…].

[…] e noi, mortificati d’annoiarlo, non riuscivamo a dirgli che vedevamo bene dove sbagliava: nel non volersi piegare ad amare il corso quotidiano dell’esistenza, che procede uniforme, e apparentemente senza segreti. Gli restava dunque, da conquistare, la realtà quotidiana: ma questa era proibita e imprendibile per lui che ne aveva, insieme, sete e ribrezzo; e così non poteva che guardarla come da sconfinate lontananze.

[…].

Natalia Ginzburg, Le piccole virtù, Einaudi, Torino.

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La femmina nuda, Elena Stancanelli

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Ma ormai mi ero dimenticata cosa fosse il desiderio. È una sensazione che non riesci mai a collocare in un punto esatto del corpo. Il desiderio ce l’hai tra le gambe, sui capezzoli, sulla schiena. Dà i brividi, ma è anche caldissimo. Ti fa allungare le mani verso gli altri, cercare avidamente, ma è anche un modo per sprofondare in un punto spugnoso e fradicio di te. È quasi sempre una reazione. Un corpo, una persona ti attrae, hai voglia di toccarla, di farti toccare e di colpo succede questa cosa. Poi passa. Oppure ci scopi, e lo estingui. Ma il desiderio è una parte essenziale della tua relazione con gli altri. Se smetti di desiderare, il mondo intorno a te piano piano scompare. Non hai più nessun mezzo per uscire dalla solitudine. Se non provi desiderio, il mondo non è interessante. Non è niente, è persone che parlano, rumore, gesti incomprensibili.  

 

Suburra, Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo

Igor Mitoraj, Torso di Ikaro, dettaglio della gorgone, bronzo, 2002.
Igor Mitoraj, Torso di Ikaro, dettaglio della Gorgone, bronzo, 2002.

Suburra è un romanzo di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo ed ha per sfondo una Roma cupa e violenta, cinica, in cui la fantasia delle vicende e dei fatti narrati pare, in realtà, cedere inesorabilmente campo alla cronaca dei misfatti che i media ci hanno raccontato negli ultimi anni, Mafia Capitale in primis. Un esempio, tra gli altri e se ve ne fosse ancora bisogno, di come, a volte, la fantasia possa venire oltrepassata e banalizzata, ridimensionata, dal reale.

Politicanti corrotti, capi cartello del traffico di stupefacenti, delinquenti comuni, malavitosi senza scrupoli, camorristi e ‘ndranghetisti, vecchi sodali della Banda della Magliana, tutti accomunati dalla brama di denaro e potere e avvinghiati, per questo, in una guerre per bande, inframezzata da brevi e volubili armistizi, che ricorda il clima della Suburra raccontata da Giovenale. Una Suburra, quella descritta nel romanzo, che non è riconducibile ad un luogo fisico, come appunto era quella descritta da Giovenale, ma, piuttosto, ad uno stato d’animo, un modo d’essere e d’agire che, del quartiere della Roma antica, conserva immutata nei millenni la pericolosità, la violenza bruta ed il caos.
Il Potere. Ecco il comun denominatore che, una volta tramontate le ideologie politiche novecentesche, si mostra senza veli in tutto il suo osceno. Il Potere e la battaglia per la sua conquista si mostrano nella loro crudeltà e oscenità. Nella loro ineluttabilità.

A parziale consolazione troviamo, nel libro, punti di vista altri tra i quali quelli di alcuni fedeli servitori dello Stato e onesti cittadini che si immaginano un mondo altro, ed una Roma altra. I punti di vista, ed i protagonisti, sono sì più di uno ma costante è il tanfo di osceno che i due autori raccontano magistralmente. Suburra.

“Io mi occupo di uomini. Io cerco solo di dare una risposta alla loro avidità o disperazione”.  

 

Youth- La giovinezza, Paolo Sorrentino

Michael Caine

Paolo Sorrentino è il regista e lo sceneggiatore di La giovinezza (Youth), pellicola in cui il maestro partenopeo dimostra, se ve ne fosse ancora bisogno, la sua sapiente e delicata arte di rabdomante dell’animo umano. 

Un uomo d’arte, Sorrentino, che, facendo uso del mezzo cinematografico, racconta il realismo magico che accompagna l’esistenza degli esseri umani nelle sue svariate sfaccettature e contraddizioni.  

Ecco, la ricerca introspettiva del reale e del magico che Sorrentino fa compiere a tutte le maschere che animano le sue pellicole è un viaggio intimo nella persona. Meglio, magia e realtà si rincorrono e si incontrano, si fondono sino a impregnarsi l’una all’altra, in un tutto che null’altro è se non la nostra vita vista attraverso le lenti della poesia. Per questo, e di questo, siamo grati a Sorrentino. Che non rinuncia a raccontare nei suoi film gli esseri umani, traducendoli in immagini e colori e sogni e musica. 

Robert Kennedy e la speranza che non trova requie

Robert Francis Kennedy, chiamato Bob o, affettuosamente, Bobby (Brookline, 20 novembre 1925 – Los Angeles, 6 giugno 1968).

Un mondo dilaniato dalla miseria, dal fondamentalismo religioso, da chi fugge da entrambe morendo per il mare, l’economia folle tranne per i soliti noti, il pianeta che soffoca nella morsa dell’inquinamento e dal riscaldamento globale…un’epoca di crisi e ricordare Bob Kennedy…morto assassinato trentotto anni fa…e la speranza non trova requie.

Discorso di Robert Kennedy, 18 marzo 1968, Università del Kansas:

“Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.

Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto nazionale lordo (PIL).

Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.

Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti.

Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese.

Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere Americani.”

L’invisibile ovunque, Wu Ming

Wu Ming

a la Guerre comme a la guerre?! ecco, anche no.

Un libro, l’ultimo in ordine di tempo, scritto dal collettivo bolognese Wu Ming che pone al centro la guerra, la Prima Guerra Mondiale, e le possibili e umane risposte alle domande che l’evento bellico, nella sua cruda drammaticità, pone da sempre all’essere umano. Ecco, le risposte possibili, mai banali e scontate, non le uniche ci mancherebbe, a queste domande sono il corpo vivo del libro. Un testo poliedrico, per lo stile e le vicende narrate, articolato in quattro tempi, o racconti. Ai lettori è riservato un piacere raro, ne L’invisbile ovunque, un piacere che è anche un compito da cui non sottrarsi e che permea e impregna ogni singolo capoverso del libro…il piacere e il compito, oso, il dovere, della memoria e del ricordo. Io ricordo. Io ricordo uno dei miei bisnonni, morto sul Carso mentre correva l’anno 1916. Aveva 27 anni. Marito e padre e fante per la Patria. Un giovane uomo, morto, uno insieme agli altri 600 mila soldati italiani, partiti e mai più tornati alle loro famiglie.

L’Invisibile ovunque è il nostro modo di non celebrare il centenario della Grande guerra.

Rien ne va plus. Wu Ming

Non avrete il mio odio, Antoine Leiris 

Antoine Leiris, giornalista, ha lavorato alle pagine culturali di France Info e France Bleu

Un giovane marito e padre…gli attentati di Parigi dello scorso novembre…una moglie e madre che non farà mai più ritorno dal Bataclan. L’orrore dell’irreparabile. Il coraggio di non cedere all’odio. Ecco Non avrete il mio odio.

E ancora, un bimbo di 17 mesi e la perdita della madre…un padre che vede andare in mille pezzi la sua vita e quella della sua famiglia. Come un soffitto che crolla, il cielo che si oscura, le stelle si spengono…ma…il presente che non si arrende alla morte, un bimbo da accudire e accompagnare per le strade della vita e del mondo.

Non avrete il mio odio è lo sfogo di un uomo che per continuare a vivere e comprendere le proprie emozioni, ha dovuto riversare sullo schermo di un pc le mille parole scaturite dal dolore cieco generato dall’improvvisa materializzazione della morte nella sua quotidianità – la moglie rimase vittima dell’attentato al Bataclan – e dal tentativo, con risvolti talvolta picareschi, di ricomporre un’armonia di colori e forme e affetto e sentimenti nuovi con il figlioletto di un anno e mezzo. Uno sfogo che, dapprima, nato tramite un post edito su Facebook  poi, pian piano, si è trasformato in un diario e un libro.


Ecco, come scrive l’autore…

“Non ritorneremo mai più alla nostra vita di prima. Ma non costruiremo una vita contro di loro. Procederemo invece nella nostra nuova vita”.

Senza, per questo, dimenticare ciò che è stato ma scegliendo di non cedere all’odio.

Vous n’aurez pas ma haine.

Tutti a casa, Luigi Comencini

Alberto Sordi e Serge Reggiani in una scena del film.
Alberto Sordi e Serge Reggiani

Raccontare su pellicola l’8 settembre del 1943 – e le tre settimane che seguirono – mettendo in scena il de profundis delle istituzioni dello stato liberale e del regime fascista. O, più semplicemente, la via cinematografica alla morte della patria. Ecco, questo è Tutti a casa. Una pellicola che racconta, attraverso un viaggio dal nord al sud della Penisola, un crollo – lo stato e il regime che collassano dopo l’armistizio – ed una presa di coscienza – quella che ha permesso la realizzazione di quel Secondo Risorgimento che è stata la Resistenza al nazifascismo. Il viaggio, nuovamente inteso tanto come atto concreto quanto come percorso intimo di liberazione dalla costrizione.

Tutti a casa è anche la superba regia di Luigi Comencini accompagnata dalla magistrale interpretazione di Alberto Sordi, maschera per eccellenza e prototipo dell’arcitaliano , entrambi premiati in questa circostanza con il David di Donatello, che contribuirono a rendere, grazie alla loro sapiente arte, indispensabile la visione di Tutti a casa quale opera fondamentale per comprendere appieno cosa sia stato l’8 settembre. La letteratura, certo, la memorialistica, anche, ma una riflessione compiuta sulla morte della patria non può fare a meno dell’opera di Comencini. La potenza visiva ed evocativa delle immagini. Le città distrutte, la fame e la miseria, l’assenza di una qualsivoglia forma organizzata di istituzione, la fuga della popolazione dalla guerra e dalle rappresaglie messe in atto dai nazisti e dall’esercito tedesco.

Un affresco in bianco e nero che ci racconta come la storia…

siamo noi che scriviamo le lettere,
siamo noi che abbiamo tutto da vincere,
tutto da perdere.
E poi la gente, (perchè è la gente che fa la storia)
quando si tratta di scegliere e di andare,
te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,
che sanno benissimo cosa fare.
Quelli che hanno letto milioni di libri
e quelli che non sanno nemmeno parlare,
ed è per questo che la storia dà i brividi,
perchè nessuno la può fermare.
La storia siamo noi, siamo noi padri e figli,
siamo noi, bella ciao, che partiamo.
La storia non ha nascondigli,
la storia non passa la mano.
La storia siamo noi,
siamo noi questo piatto di grano.    

 

 

Ieri oggi sempre 25 aprile

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Il proclama del CLN del 25 aprile 1945.

“Cittadini! Lavoratori! Sciopero generale! Contro l’occupazione tedesca! Contro la guerra fascista! Per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine! Manifestate per le strade sotto la bandiera tricolore del Comitato di Liberazione! Come a Genova e a Torino porrete i tedeschi e i fascisti davanti al dilemma: dilemma arrendersi o perire!

Viva L’insurrezione nazionale!

Viva lo sciopero generale!

IL COMITATO DI LIBERAZIONE NAZ. PER L’ALTA ITALIA

IL PARTITO COMUNISTA ITALIANO – IL PARTITO D’AZIONE – IL PARTITO DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA – IL PARTITO LIBERALE ITALIANO – IL PARTITO SOCIALISTA ITALIANO DI UNITÀ PROLETARIA”.

La speranza di un bambino

"speranza di una nuova vita", del fotografo australiano Warren Richardson , è lo scatto che ha vinto il World Press Photo 2016.
“Speranza di una nuova vita”, del fotografo australiano Warren Richardson, è lo scatto che ha vinto il World Press Photo 2016.

Un confine, quello tra Serbia ed Ungheria. Un bambino che oltrepassa una recinzione di filo spinato. L’anno, il 2015. Un fotografo, Warren Richardson, che si accampa al fianco dei migranti per cinque giorni, vivendo l’attesa di una possibilità. Uno scatto che racchiude e racconta un anno e una tragedia, un’immagine premiata il 18 febbraio del 2016 come vincitrice del prestigioso Word Press Photo.

Un bambino che vince il filo spinato. Ricordiamo che questo è stato, lo scorso anno, ed è tuttora…

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